La penisola salentina è quella parte di Puglia che va da Lecce a Santa Maria di Leuca. Il tacco dello stivale italiano, come si dice, paciosamente affondato tra due mari, l’Ionio di qui l’Adriatico di là, ovest e est. Tutto il resto è semplicemente Puglia. Guardi una carta geografia e un paio di nomi celebri ci sono. Non vuoi notare Gallipoli? La mitica Gallipoli, la star, la follia estiva, il divertimento, il caos, le spiagge, perfino le bellezze architettoniche, per chi le sa vedere e apprezzare. L’Ibiza italiana, come si dice. O Santa Maria di Leuca, Leukos, illuminata dal sole come la chiamavano i greci. Da far dimenticare il resto.

Mica lo noti un nome non tanto conosciuto, anche un po’ strano, come Alezio. Quindi scopri, o ti fanno scoprire, che c’è dell’altro oltre al consueto e conosciuto. E una scoperta, trovare luoghi inediti, fa sempre piacere. Un entroterra particolare, per esempio, e poi tanti altri piccoli paeselli seminati qua e là, ognuno con le proprie tradizioni, feste del santo patrono a iosa, In questa campagna infinita, piatta, silenziosa, avvolgente e con tanta storia alle spalle. Ci abitavano i Messapi qui, un piccolo popolo di origine cretese, si ipotizza arrivato circa nel 3300 a.C. e successivamente sottomesso dagli Illiri secoli dopo. Ed è nell’antica Alytia, la Alezio di oggi appunto, che si trovano i più importanti ritrovamenti archeologici del periodo messapico.

Erano città-stato diverse e sparse sul territorio che in caso di guerre o invasioni riuscivano ad allearsi tra di loro. Avevano perfino una loro lingua di derivazione greca, e avevano cominciato a coniare monete. A quel tempo e per molto tempo Gallipoli era solo un piccolo, pratico sbocco sul mare. E ancora adesso gli aletini (si dice così?) la considerano, con una certa dose di snobismo, il “loro” porto sul mare. La civiltà salentina è nata qui alle sue spalle.

Pastori, agricoltori, poi abili mercanti. Producevano e vendevano. Coltivavano olivi soprattutto. E’ tutta una spianata di olivi qui, oggi meno verdeggiante perché il flagello della xilella, una malattia apparentemente incurabile di cui hanno parlato le cronache degli ultimi anni, ha distrutto gran parte degli uliveti delle specie più fragili. Alberi secolari, forti, che forse avevano visto gli ultimi guerrieri messapi difenderli. Ci tengono a questo passato quasi greco e le rappresentazione in costume sono diventate parte del folclore. Un’associazione si occupa di tener vivo il ricordo e si organizzano battaglie quasi vere. Chi si aspettava di vedere guerrieri illirici, cioè greci da queste parti? Perché per il resto il ricordo dei Messapi si legge nella pietre confuse di un sito archeologico all’aperto annesso al Museo civico Messapico e la necropoli di Monte d’Elia, con tanto di giovane archeologa che racconta tutta la storia, con dovizia di particolari, come a scuola.

Poi vaghi per le strade di Alezio, niente traffico, silenzio e spuntano i colori della bottega colorata di Rocco Corciulo, che con la creta, la terracotta, ne combina di tutte le forme. Se ne sta lì con la sua mercanzia esposta a colorare la parete di una vecchia casa e dentro un laboratorio con centinaia di statue e statuine. Ceramica tradizionale, un mondo tradizionale. Col Santuario della Madonna della Lizza, la visita delle catacombe e del Museo della Confraternita della Lizza si entra nel clima mistico che mette insieme religione, tradizione, storia e folklore. Sono così i salentini, attaccati alla loro identità.

Più avanti la chiesa della Madonna Addolorata con la statua di San Rocco e il suo cane. Lo venerano con assiduità ad Alezio, la terza domenica di ottobre la chiesa e la Piazza Vittorio Emanuele II sono addobbate come l’abito di un torero, specialisti del settore innalzano coloratissimi ed enormi scenari, un po’ barocchi che la illuminano come una micro Las Vegas.San Rocco viene portato in processione per le vie del centro addobbato e le bancarelle tradizionale allineate nei vicoli. Cibo soprattutto, specialità salentine, pesce, olive trattate in tanti modi, capperi, spezie. E la banda in piazza, certo, ma anche orchestre di musica tradizionale. Il folklore salentino si chiama Taranta, che poi ha la sua massima espressione nella celebre Notte della Taranta. Si pratica anche ad Alezio e e ovunque, e la sanno ballare tutti accompagnati dagli strumento tradizionali e al ritmo del classico tamburello suonato nel modo salentino. Perfino gruppi musicali con dieci, forse venti tamburelli, perfettamente sincronizzati tra loro. Lo strumento più amato: lo insegnano a scuola insieme alla storia dei Messapi? Se sei nel Salento in una festa popolare ti ci imbatti di sicuro.

A pochi chilometri c’è Parabita, quasi novemila anime e la magnifica festa della Madonna della Coltura. Altro spettacolo maestoso e ancora una chiesa coperta da un gigantesco paravento al neon. Opera sempre degli specialisti del settore. Si potrebbe visitare il Salento così, di festa popolare in festa popolare. E capisci che i salentini, come tutti i pugliesi, hanno questo dono dell’immediata spontaneità. Che conosciamo, portata in giro da ambasciatori autorevoli, tra scrittori, registi e uno stuolo di attori comici del cinema. Naturalmente la Basilica della Madonna della Coltura va vista anche se non c’è la festa del patrono.

A Tuglie, altro piccolo borgo del circondario, poco più di 5000 abitanti, la processione è in onore di Maria SS. Annunziata, patrona del paese. E anche questo caso le luminarie sono spettacolari. A Tuglie però c’è anche un Museo della radio con un appassionato curatore che fu per decenni radiotelegrafista a bordo di navi militari che racconta l’evoluzione della radio dal primo segnale lanciato da Marconi. Interessante. Più tradizionale il Museo contadino e i racconti sulla vita di campagna. E della nobiltà terriera, visto che il museo contadino si trova all’interno del Palazzo Ducale, edificato nel ‘600. Così si intrecciano la storia dei contadini e i racconti intorno ai fasti della famiglia di Filippo Guarino, detto il “bello”, figlio cadetto del duca Ferrante e di donna Antonietta Prato. E ai loro privilegi, neppure tanto antichi. Dietro il castello passa una linea ferroviaria, ancora in funzione e il barone aveva la sua fermata privata.

Meno imponenti, ma ricche e affascinanti sono le ville in città o le residenze estive dei proprietari terrieri appena fuori l’abitato. Perché un tempo le vacanze non si facevano ai Caraibi. E la masserie, cioè le case di campagna dei contadini e coltivatori di ulivi ristrutturate. Spesso diventate piccoli alberghi. Ed è questo l’obbiettivo di un soggiorno nel Salento meno conosciuto meno incasinato. Relax nel silenzio strano di una campagna strana. Villa Starace gestita dalle Suore Compassioniste, per esempio, non lontana dal centro di Alezio. E’ anche una casa di residenza per anziani e in qualche occasione si fanno rappresentazioni in costumi d’epoca. In campagna Villa Picciotti, un Bed and Breakfast dove è vissuta la patriota Antonietta De Pace (la storia ve la racconta una ragazza in costume). Da qui partono trekking organizzati da un’associazione locale. Poco lontano (ci si va a piedi) la casa perfettamente ristrutturata Trappito Stracca e diventata una “masseria didattica”, oltre ad essere un Bed and Breakfast. Ci portano i ragazzi della scuola perché possano capire la storia del loro territorio. Sotto la masserie esiste uno dei tipici frantoi del tempo con la loro storia dura e affascinante. L’hanno ristrutturata in modo splendido due avvocati, marito e moglie. Teatro di una modernissima ristrutturazione, non ancora finita, Casino Doxi Stracca. Da visitare, e ci si può soggiornare, l’azienda agricola Francesca Stajano e in stagione si può perfino assistere alla raccolta delle olive. Ottimi posti per soggiornare l’Agriturismo Santa Chiara, appena fuori l’abitato di Alezio, una storica villa padronale gestita da un signore appassionato di musica tradizionale e non. Nella tenuta Libò, invece, non una vecchia masseria ma una costruzione moderna e agricoltura rigorosamente biologica. Anche questo è un B&B. In centro del paese Palazzo Castriota, altra dimora storica. Si può soggiornare anche nel complesso delle Cantine Coppola, un piccolo produttore di vini pregiatissimi. Infine sbalorditivo, perché uno non se l’aspetta, è Borgo Rossoterra, un complesso di vecchi fienili ristrutturati sparsi in un parco percorso da vialetti, con una main house centrale, un magnifico ristorante e un complesso di piscine centrale che ricorda certi resort nel mondo arabo. Qui la pace e il silenzio sono garantiti. Insieme alla buona cucina e al buon vino.

E se si vuole interrompere un momento la pace e il benefico isolamento della campagna c’è il mare “di Alezio”, anche se si finisce nel territorio di Gallipoli e i bar sulla spiaggia in fondo sono a due passi, verso lo sbocco al mare di Alezio, e cioè Gallipoli. La campagna si trasforma piano piano, scompaiono gli ulivi, si comincia a vedere sabbia di mare, un composito mosaico di macchia, un po’ di pseudo steppa mediterranea, una pineta di alberi tosti che riescono a crescere nella sabbia e poi il mare. E anche i racconti della vita vegetale è affascinante. La racconta Maurizio Manna, un volontario di Legambiente, l’associazione che si occupa della gestione, della pulizia del parco e della divulgazione del rispetto dell’ambiente. E poi arriva il mare. Gallipoli è di fronte, all’orizzonte, con la sua striscia di case sul mare e la sagoma di un albergo a forma di grattacieli che forse non dovrebbe essere qui. E davanti l’isola di Sant’Andrea, con il faro e il divieto agli umani di approdare. E’ una delle spiagge più frequentate in estate. C’è anche un bar, una parte di spiaggia attrezzata con ombrelloni e sdraio. Relax marino. Relativo. Poi si torna nel rifugio tra gli ulivi, quando si vuole.

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