Il Green Deal europeo che la neonominata presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha promesso dopo la sua nomina si dovrà confrontare anche con la riconversione dell’acciaieria più grande d’Europa, l’ex Ilva, nella lista degli impianti più inquinanti in Ue. Il piano, però, potrebbe richiedere investimenti fino a 1,6 miliardi di euro. Una spesa difficilmente sostenibile per un ipotetico acquirente, dopo il passo indietro di ArcelorMittal, e che ha quindi in Bruxelles, intenzionata a salvaguardare la produzione delle grandi industrie del Vecchio Continente, parallelamente a uno sviluppo ecologicamente più sostenibile, forse l’unica opportunità di allineamento alle prospettive ambientali comunitarie. E la speranza viene dal nuovo programma di investimenti dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe: 100 miliardi di euro per il bilancio 2021-2027. “È un’opportunità – dice a Ilfattoquotidiano.it il membro della commissione industria, ricerca ed energia (Itre) al Parlamento europeo, Ignazio Corrao (M5s) – A noi spetta spingere fortemente per destinare più risorse possibili in questa direzione”.

Quanto costa riconvertire l’impianto di Taranto
Prima di tutto, è necessario quantificare la portata dell’investimento richiesto da un impianto come quello dell’ex Ilva. Secondo l’ingegnere Carlo Mapelli, docente di Siderurgia e Impianti Siderurgici al Politecnico di Milano, per costruire da zero un altoforno da 3 milioni di tonnellate di ghisa all’anno servono circa 600 milioni di euro, ai quali bisogna aggiungere l’attrezzatura ausiliare e le opere civili. Tenendo conto della produzione che ArcelorMittal aveva stimato al termine del Piano Ambientale (8 milioni di tonnellate annue), a Taranto dovrebbe considerarsi una spesa che oscilla attorno agli 1,6 miliardi di euro.

In maniera autonoma, spiega il professore, “in Europa ormai nessuno costruisce nuovi altoforni, visti i costi, ma vengono restaurati” gli esistenti, adeguandoli alle migliori tecnologie possibili. Si tratterebbe di un “piano B” per il quale bisognerebbe calcolare una spesa di circa 180 milioni di euro, ammortizzabili in 14 anni, ovvero il ciclo tecnico di vita di un altoforno.

Nell’acciaieria di Linz, un altro degli impianti che insieme a Duisburg vengono studiati come best practice di riconversioni in campo europeo, vennero tenuti gli altoforni e installato un impianto di preriduzione. “In questo caso – conclude Mapelli – parliamo di una spesa per la costruzione attorno ai 360 milioni di euro per 2 milioni di tonnellate di acciaio”.

Soluzioni, queste, che permetterebbero di avviare un piano di riconversione per rispondere ai dati sulle malattie polmonari e l’incidenza dei tumori per i quali Taranto è maglia nera italiana. Il quinto Rapporto Sentieri, studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento, ha evidenziato che “la mortalità generale e quella relativa ai grandi gruppi è, in entrambi i generi, in eccesso, a eccezione della mortalità per malattie dell’apparato urinario. Nella popolazione residente risulta in eccesso la mortalità per il tumore del polmone, per mesotelioma della pleura e per le malattie dell’apparato respiratorio”. A sostegno, ci sono anche i dati relativi ai 173 casi di tumori maligni registrati nella popolazione dagli zero ai 29 anni, dei quali 39 in età pediatrica e 5 nel primo anno di vita.

Il piano Bondi del 2013: preriduzione per un calo di CO2 del 63%
L’introduzione della tecnologia della preriduzione, utilizzata negli impianti tedeschi, non è una novità per il complesso tarantino. Già nel 2013, Enrico Bondi, allora commissario straordinario dopo l’arresto dei Riva, propose di passare da un ciclo produttivo con l’utilizzo di carbon fossile a uno a gas naturale. Tutto grazie proprio a questa tecnologia che, a pieno regime, avrebbe portato a un calo delle emissioni di anidride carbonica del 63%, mettendo insieme le esigenze produttive e quelle di salvaguardia ambientale. Una riconversione che, all’epoca, avrebbe richiesto un esborso da 3 miliardi di euro. Fu la politica a mettersi di traverso in quell’occasione: il governo Letta cadde e venne rimpiazzato da quello guidato da Matteo Renzi che, poco dopo, sostituì Bondi con la triade Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba.

Horizon Europe: l’opportunità per il rilancio delle aziende Ue
Con cifre del genere, il sostegno da parte dell’Unione europea, preoccupata dal dumping cinese e turco e dal calo della produzione comunitaria, dovuta anche alla crisi del settore auto, oggi minacciato pure dai dazi americani, appare necessario. A livello comunitario, nei primi nove mesi del 2019 si è registrato un -2,8%. Dato che ha fatto scattare il campanello d’allarme, tenendo conto che questo calo arriva a fronte di un aumento mondiale della produzione del 3,9%. E la flessione maggiore l’hanno fatta registrare proprio i due più grandi produttori europei: Germania (-4,4%) e Italia (-3,9%).

Oltre ai possibili dazi, alcuni già imposti, per frenare l’import a basso costo dai Paesi extracomunitari, in Ue si discute su come rilanciare l’industria europea in maniera sostenibile. Un processo che, in realtà, era già stato avviato con il programma Horizon 2020. Quest’ultimo prevedeva uno stanziamento a bilancio di 80 miliardi di euro nel settennio 2014-2020 per sviluppo, ricerca e innovazione sostenibili dell’industria europea.

Di questi, oltre 24 miliardi (31,7%) sono stati destinati alla ricerca scientifica di settore, oltre 29 miliardi (38,5%) alle sfide per la società, ovvero a progetti per la salvaguardia ambientale, la sicurezza alimentare e la protezione della salute del cittadino, e 17 miliardi (22%) alla leadership industriale, ossia la messa in funzione di nuove tecnologie per lo sviluppo industriale, risk finance e innovazione. È quest’ultimo il settore che interessa maggiormente il caso ex Ilva.

In un periodo storico in cui la sensibilità ambientale da parte delle istituzioni è cresciuta, come testimoniano le parole della stessa Von der Leyen nel corso del suo discorso di presentazione al Parlamento europeo, la speranza del governo italiano è che questa parte di torta, con il nuovo programma Horizon Europe, si allarghi e fornisca i fondi necessari al recupero dell’ex Ilva. Intanto, nel nuovo bilancio i soldi destinati al programma Horizon nei sette ani dal 2021 al 2027 sono aumentati a 100 miliardi di euro.

Questa nuova sensibilità si coglie anche nella diversa redistribuzione degli investimenti, con maggiore attenzione al sostegno all’industria (oltre metà del budget totale), a cui seguiranno in parallelo ricerca e sostenibilità ambientale. Nella proposta della Commissione europea si legge infatti che 52,7 miliardi sui 100 totali debbano essere destinati a sfide globali e competitività industriale europea, ambito che comprende sia lo sviluppo industriale che i piani di salvaguardia ambientale e protezione della salute. Oltre 25 miliardi, poi, sarebbero destinati all’“Eccellenza scientifica”, ossia alla ricerca di settore, che in Horizon 2020 godeva di 24 miliardi. Infine, tra gli ambiti di maggior investimento c’è quello denominato “Europa innovativa”, ossia quello dedicato all’innovazione tecnologica, con 13,5 miliardi. Una redistribuzione che, però, potrà essere considerata definitiva solo dopo l’approvazione del bilancio comunitario.

Al progetto Horizon, inoltre, devono essere aggiunti i fondi previsti dal programma per incrementare finanziamenti su crescita e occupazione InvestEU (2021-2027). Si tratta di 40,8 miliardi di euro per mobilitare, secondo il piano, oltre 698 miliardi di investimenti aggiuntivi in tutta l’Ue per “l’aumento del tasso occupazionale, la realizzazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima o la coesione economica, territoriale e sociale”. Nell’idea delle istituzioni, “almeno il 40%” della dotazione finanziaria complessiva del programma sarà destinata a una migliore protezione del clima.

Corrao (M5s): “Horizon è un’opportunità. La politica deve spingere per ottenere finanziamenti”
“È ancora presto per poter dire quanto il programma Horizon Europe possa incidere sulla riconversione dell’ex Ilva – spiega Corrao – poiché siamo ancora in fase di pianificazione strategica del prossimo programma quadro che terminerà solo l’anno prossimo. È evidente, però, che il nuovo programma Horizon Europe avrà un ruolo importantissimo per la nostra industria. E questo vale anche per l’acciaio e l’Ilva”.

L’eurodeputato spiega che, se confermate le modalità adottate con Horizon 2020, si procederà per bandi di ricerca sull’innovazione tecnologica che, però, “prendono in considerazione anche particolari aree territoriali, come potrebbe essere quella di Taranto, in cui possono essere applicate tecnologie già esistenti”, come ad esempio quella della preriduzione.

In particolare, è “il Pilastro 2 di Horizon Europe 2021-2027 a essere dedicato all’obiettivo di un’industria più competitiva. Si parla di industrie altamente energivore da trasformare in industrie pulite e a bassa emissione, facendo specifico riferimento proprio all’acciaio. Queste risorse serviranno alle aziende energivore, come l’Ilva, per investire in ricerca e sviluppo, per diventare meno energivore, inquinanti e più competitive”.

La riconversione, conclude l’eurodeputato, è considerata una “priorità, occorre capire come l’Ue intenda dare attuazione a questo principio”. In questo senso, anche il ruolo delle istituzioni italiane sarà fondamentale: “Horizon Europe può coprire i costi che l’industria non è in grado di sopportare, ma i cui benefici per la collettività sono enormi – ha concluso Corrao – A noi spetta spingere fortemente per destinare più risorse possibili in questa direzione. Sulla transizione energetica dobbiamo puntare la maggior parte delle risorse e fare percepire tale approccio come conveniente e assolutamente vitale per il nostro futuro”.

Twitter: @GianniRosini e @andtundo

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