Volete viaggiare nel tempo con gioia e divertimento, facendo riemergere quei sentimenti nascosti e sepolti, dimenticati col passare degli anni? La Belle Epoque è un film/macchina del tempo, set/studio alla Truman Show, che vi getterà dentro ad una vasca di Cocoon, rigenerante, autentica, purissima. Appassita è la vita dell’ex disegnatore Victor (Daniel Auteuil). Licenziato dal giornale su cui pubblicava vignette, avverso all’avvento dei social e del web, travolto dall’esuberanza isterica e dispotica della moglie psicologa freudiana (Fanny Ardant), vittima di un frenetico viavai familiare e amicale che lo sbatte ai margini di ogni discorso.

Provvidenziale, allora, il regalo di Antoine (Guillame Canet) un amico di suo figlio, proprietario dell’agenzia Time Traveller che mette in scena squarci del passato dei singoli o della storia, ovviamente sotto lauto pagamento. Così per Victor a caval donato non si guarda in bocca. Soprattutto se la moglie lo ha cacciato dal sontuoso attico dicendo che lui la rattristava e che puzzava, godendosela con il remissivo amante nonché direttore del giornale che lo aveva licenziato. Victor sceglie subito di rivivere un giorno preciso, quel 16 maggio 1974, quando in un bistrot di Lione (La Belle Epoque del titolo) incontrò l’amore della sua vita.

Detto, fatto. In poche ore, in un angolo di Parigi, vengono ricostruite stradine, angoli, caseggiati, negozi, ma anche automobili e vestiti dell’epoca con tanto di attori. Antoine ha un debito lontano e preciso nei confronti di Victor e come minimo la ricostruzione di un paio di giorni di quel 1974 va fatta alla perfezione, richiamando perfino la fidanzata attrice (Doria Tillier) con cui ha un turbolento rapporto facendole interpretare proprio quell’amore della vita che Victor vuole reincontrare. Ma questa volta il lavoro dell’agenzia Time Traveller travalicherà la finzione infilandosi in un infinito tragicomico presente. La Belle Epoque è un film guizzante, trascinante, spiritoso, costruito su inserti spazio-temporali finemente graduali e compenetranti, di set nel set che si moltiplicano di continuo, attraversato da questa folla brulicante di comparse/comprimari (Pierre Arditi è da inchino) che si ricicla volontariamente in mille ruoli tra presente e passato.

Nicolas Bedos (anche sceneggiatore), non capiamo quanto volontariamente o meno, si inventa un’opera tremendamente originale e altamente complessa. Perché mentre il tempo filmico scorre inesorabile verso le due ore di durata, il racconto al suo interno si dilata, germina di continuo nuovi inizi e nuovi spunti, si coccola e culla nell’idea nostalgica, intima, preziosissima di un passato da rivivere eternamente con il piacere del sogno. Che è poi spesso, quasi sempre, in parecchie occasioni, la spinta, la voglia, la necessità primaria che spinge a creare cinema.

Auteuil, ma che ve lo diciamo a fare, è uno dei più grandi attori della generazione post Depardieu (e Canet di quella post Auteuil). Guardatelo solo nella sequenza in cui si taglia la barba e si ridipinge baffi e capelli di nero al posto del grigio prima di immergersi nel suo 1974. Accenna due passi di danza sulle note soul pop di Dionne Warwick, respira l’odore dell’epoca che fu, e il viso gli si distende placido, felice. Un mostro di bravura, insomma. Come la magnetica e scintillante Ardant, adorabile canaglia. Colonna sonora che si fonde al tono buffo e scanzonato dell’insieme con brani anni settanta dei Monkees e un J’ai dix ans di Alain Socuchon che vale il prezzo del biglietto.

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