Non so se ve ne siete accorti, ma ormai tutti, anche i peggiori inquinatori, parlano di green economy, di sviluppo sostenibile, di economia verde ecc.; e, soprattutto, negli ultimi tempi si riempiono la bocca con “l’economia circolare“. E allora parliamone un po’.

L’economia circolare è un principio, di derivazione comunitaria, con cui finalmente si prende atto che le materie prime del nostro pianeta si stanno rapidamente esaurendo e che i rifiuti ci stanno sommergendo. Quindi, bisogna limitare la produzione di rifiuti e riciclarli in modo da riutilizzarli come materie prime, limitando così il consumo delle scarse risorse naturali rimaste. Insomma, resta tutto in un cerchio virtuoso da cui non vengono immessi rifiuti nell’ambiente.

Come si vede, è un concetto importantissimo da attuare con la massima urgenza, vista la situazione ambientale e climatica che peggiora di giorno in giorno. Ma siamo in Italia, il paese dei “magliari”; e allora ci siamo inventati la economia circolare “all’italiana”, dove i rifiuti scompaiono e vengono riciclati, in buona parte, solo sulla carta. Ma, purtroppo, nella realtà vera continuano a inquinare e a distruggere l’ambiente.

Del resto, che altro ci si poteva aspettare da un paese che, come ci ha anche detto esplicitamente la Ue nel 2005, ne ha inventate di tutti i colori per far scomparire i rifiuti solo sulla carta? La storia inizia nel 1982 quando il nostro paese adotta una definizione di rifiuto che riguarda solo quelli che vengono “abbandonati”; continua poi con altre invenzioni terminologiche, che eliminano i rifiuti chiamandoli “residui“, “materie prime secondarie” e, se del caso, “materiali quotati in borsa”. Giungendo addirittura, nel 2002, a elaborare una “interpretazione autentica della nozione di rifiuto” (nozione che – si badi bene – è di origine comunitaria) che ne restringeva l’ambito alle sole operazioni codificate, escludendone anche le operazioni di riutilizzo.

E quando il nostro paese, di fronte alle condanne della Corte europea di giustizia, doveva rinunciare a questi espedienti, dava prova della inesauribile fantasia italica buttandosi sulle esenzioni dalla disciplina sui rifiuti, poi sulla categoria dei sottoprodotti e poi sulle condizioni per fine-rifiuto (end of waste): sempre con un unico, incrollabile obiettivo: sottrarre rifiuti alla regolamentazione comunitaria e italiana. Riducendo così la quantità dei rifiuti prodotti, ma in buona parte solo sulla carta.

Perché nella realtà quei rifiuti restano e o vengono eliminati con qualche incendio liberatorio o finiscono in mare, in capannoni, in inceneritori, sottoterra, in cementifici, nei campi come compost o come fanghi destinati all’agricoltura (ove è tuttora consentita la presenza di sostanze tossiche), o in discariche di altri paesi (prima la Cina, adesso la Polonia). Ma, sulla carta, figurano come riciclati in nome dell’economia circolare. Basta guardare, del resto, a un rifiuto oggi di moda come le plastiche che figurano riciclate all’80%, ma il cui riciclo vero a malapena sfiora il 50%.

Che cosa si aspetta, a proposito, a dare una bella controllata alle mirabolanti cifre della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, accertando quanti di questi rifiuti da raccolta differenziata vengono poi realmente riciclati? E, visto che ci siamo, non sarebbe male dare una bella rinfrescata anche all’accordo Anci-Conai, ai contributi che vengono erogati e ai controlli da effettuare. Insomma, le statistiche ci dicono che siamo un paese sempre più riciclone, ma la realtà ci dice, al contrario, che il problema rifiuti sta peggiorando, diventando addirittura drammatico in alcune regioni.

Il rimedio è semplice. Occorre dare al più presto attuazione al pacchetto europeo per l’economia circolare che prevede misure certamente non rivoluzionarie, ad esempio sulle plastiche monouso. Compito che appare utopistico se si considera che oggi non si riesce neppure a tassare di pochi centesimi la plastica non riciclabile.

Ma occorre soprattutto ricordare che il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto. Il che implica che si intervenga soprattutto a monte, prima che si arrivi al rifiuto, sulle scelte di produzione delle industrie e sui loro prodotti, i quali dovrebbero essere consentiti solo se strutturati in modo tale da chiudere il cerchio, evitando la produzione di rifiuti non riciclabili.

Certo, qualcuno potrebbe strillare per questa “limitazione della iniziativa economica privata”. Ma forse gli si potrebbe ricordare che, secondo l’articolo 41 della nostra Costituzione, “l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

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