L’interrogazione di un consigliere comunale di Parma sulla destinazione dei rifiuti differenziati porta alla luce l’amara verità: il 50-65% di quella che i residenti nella città emiliana selezionano viene in realtà portato all’inceneritore per essere bruciato. Rispetto alla media nazionale e considerando l’impegno dei cittadini, che ha permesso a Parma di arrivare all’80% di differenziata, la percentuale di rifiuti che finisce nell’inceneritore è alta, ma per gli addetti ai lavori non è una doccia fredda. Si tratta di un problema (non solo italiano), che ha diverse cause. Basti pensare alla polemica scatenata a settembre scorso, dopo le dichiarazioni di Alessia Scappini, amministratrice delegata di Alia, che in Toscana gestisce i rifiuti di 58 comuni. “Le bioplastiche negli impianti di compostaggio – ha detto – vengono scartate oppure finiscono in frammenti che contaminano il compost finale”.

Cosa succede? Diventano rifiuti indifferenziati e come tali vanno anche smaltiti. Insomma, si va nella direzione opposta a quella indicata dall’Ue. L’incenerimento dei rifiuti, sottolineano infatti gli esperti, non rientra nella regola delle tre ‘R’ (ridurre, riutilizzare e riciclare) su cui si basano le norme europee degli ultimi decenni. Secondo le stime, la produzione di plastica aumenterà del 40% nei prossimi dieci anni. “Per molto tempo ci è stato detto che il riciclo sarebbe stata la soluzione, ma di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni 50′ solo il 9% è stato correttamente riciclato” spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, secondo cui “riciclare è importante, ma non basterà a salvare il Pianeta”.

IL CASO PARMA – Nel frattempo, quello di Parma ha rischiato di diventare un caso politico nella città che il sindaco Federico Pizzarotti ha candidato a “Capitale green europea 2022”. Eppure, davanti all’interrogazione del consigliere centrista Fabrizio Pezzuto, l’assessore all’Ambiente Tiziana Benassi non ha potuto che rivelare i numeri: “Il 10-15% della plastica è scartato in una prima selezione e il 40-50% in una seconda”. Come riportato dal quotidiano La Verità in aula è sceso il gelo e, alla domanda di Pezzuto, che chiedeva che fine facesse quel 50-65% scartato, l’esponente della giunta ha risposto: “Viene portato all’inceneritore per essere bruciato”. È lo stesso impianto della multiutility Iren contro cui Pizzarotti si era schierato nel 2012, ai tempi della sua campagna elettorale, quando era ancora nelle file del Movimento 5 Stelle. Dopo mesi di polemiche, nel 2013 l’impianto è partito e il primo cittadino ha scritto ai cittadini: “Ho fatto tutto ciò che era possibile con i poteri di un sindaco”. Da allora Pizzarotti ha fondato il partito Italia in Comune e l’Iren oggi è un partner importante dell’amministrazione.

IL DATO NAZIONALE – Ma c’è davvero da meravigliarsi di fronte a queste percentuali? Effettivamente, rispetto ai dati nazionali, a Parma (dove sono applicati sistemi come ‘porta a porta’ e ‘tariffe puntuali’) le percentuali dei rifiuti raccolti ma non riciclabili sono più alte. “Quando si parla di una prima selezione – spiega a ilfattoquotidiano.it Antonello Ciotti, presidente di Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta degli imballaggi in plastica) – si fa riferimento a ciò che non è imballaggio, come giocattoli, pantofole, bicchieri erroneamente differenziati”. Il cosiddetto ‘impuro’. La media nazionale è al 9%. La seconda quota scartata (a Parma siamo sul 40-50%) riguarda, invece, “quello che non è riciclabile – continua Ciotti – in modo meccanico, perché è impossibile separare le varie plastiche”. Esempi sono le vaschette per conservare il prosciutto, le bustine che contengono le merendine e contenitori complessi. Siamo al 40% come media nazionale, “di cui la metà viene utilizzata – aggiunge Ciotti – nei cementifici e sostituisce il carbon pet”. In Italia, dunque, viene avviato al riciclo il 51% della plastica che i cittadini raccolgono.

LA RACCOLTA FATTA MALE – È chiaro, dunque, che dietro la raccolta differenziata (che resta un obiettivo da perseguire) si nascondono delle insidie. “Quella della plastica è una raccolta a più flussi, perché non parliamo di un materiale unico – spiega a ilfattoquotidiano.it Laura Brambilla, responsabile nazionale della campagna ‘Puliamo il mondo’ di Legambiente – quindi, mentre all’occhio del comune mortale la plastica verrebbe messa tutta insieme, sono poche quelle che hanno un valore”. Le responsabilità sono dei cittadini? “Sì, ma i Comuni hanno diversi strumenti per accompagnarli in un percorso, intanto spiegando bene qual è il modo corretto di effettuare la raccolta. Per quanto riguarda le bioplastiche, vanno intanto riconosciute – sottolinea – e inserite nell’organico: se finiscono con la plastica, ne contaminano la qualità. Nel dubbio gettate nell’indifferenziata”. E poi ci sono verifiche e sanzioni “ma purtroppo, in Italia, viene poco applicato il principio ‘chi inquina paga’”.

NON TUTTO SI RICICLA – Il problema, però, non si esaurisce con l’impuro. “Non tutta la plastica da imballaggi oggi in commercio si ricicla anche se correttamente differenziata” spiega Ungherese. Le ragioni possono essere molteplici. “Le plastiche eterogenee miste (film, pellicole e plastiche monostrato) – aggiunge – possono rappresentare una quota consistente dello scarto della raccolta degli imballaggi (tra il 20 e il 50% a seconda della piattaforma di selezione). Solo in rari casi vengono avviate a riciclo “ma la maggior parte delle volte finiscono in discarica o negli inceneritori, molto spesso non per l’impossibilità tecnica nel riciclarle quanto per l’assenza di richiesta del mercato” come documentato da un recente rapporto Ocse. “Spesso, infatti – aggiunge Ungherese – in base al prezzo del petrolio, la plastica vergine può essere molto più conveniente rispetto a quella riciclata”. Ci sono poi numerosi problemi legati al riciclo degli imballaggi compositi poliaccoppiati, costituiti da più materiali, come plastica e metallo. Due esempi: la confezione grigia che contiene il caffè sottovuoto della nostra moka e la stragrande maggioranza dei tubetti di dentifricio in commercio. C’è poi il fenomeno del downcycling: “La plastica da imballaggi, invece di essere utilizzata per nuovi imballaggi in plastica riciclata, viene riprocessata per creare prodotti di qualità inferiore difficilmente riciclabili”.

I LIMITI DEL RICICLO – Tutto ciò ha delle conseguenze. “Se metà della plastica che conferisco all’impianto non è riciclabile, deve essere poi scartata e lo smaltimento ha un costo per i Comuni, perché devo mandarla all’inceneritore” spiega Laura Brambilla. Ecco perché, ad oggi, raccogliere plastica di ottima qualità dal punto di vista del riciclo è un obiettivo da perseguire almeno quanto quello delle quote di differenziata. L’Unione Europea ha imposto un target minimo di raccolta del 65%, al netto degli scarti. Il riciclo, però, non risolve il problema, come sottolinea Enzo Favoino, coordinatore scientifico di Zero Waste Europe e ricercatore alla Scuola Agraria del Parco di Monza, che ha curato il rapporto Plastica: il riciclo non basta commissionato da Greenpeace. La ‘Plastic Strategy’ adottata nel 2018 dall’Ue che include anche la recente Direttiva sulle Plastiche Monouso, prevede un mix di misure per aumentare l’efficienza della filiera del riciclo. “Meccanismi come la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) o la possibile introduzione di sistemi di deposito cauzionale – spiega – potranno contribuire a incrementare il riciclo, ma non a colmare la differenza tra quanto immesso al consumo e le tonnellate riciclate”. Le soluzioni, secondo Favoino, non possono che essere “la riduzione del consumo di plastica e un impegno da parte dell’industria affinché progettino imballaggi che, oltre che al riciclo, puntino a durevolezza e riutilizzo”.

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