di Giovanni Vetritto

“Papà, ma che vuol dire eunuchi? Perché usi sempre questa parola per dare addosso a quelli che difendono l’Europa che vediamo e sappiamo esistere, pure con le sue inadeguatezze e i suoi calcoli di interesse? Non sono meglio loro degli altri, quelli dei muri, dei blocchi navali, della ‘Europa delle patrie’?”. Vallo a spiegare, a un figlio, a un ragazzo, senza entrare in territorio minato. Ma forse si può e si deve provare.

Troppi politici negli ultimi anni hanno usato a sproposito lemmi come “amore” o “passione” con riferimento all’Europa. Hanno portato fiori rossi, vivaci e gioiosi, sulla tomba di Altiero Spinelli, e poi il giorno dopo (letteralmente il giorno dopo) sono andati a verificare che le misure di impermeabilizzazione delle proprie frontiere funzionassero a dovere. Hanno dichiarato il destino del proprio popolo indissolubile da quello dell’Europa, per poi iniziare con i distinguo su uno zero virgola di deficit del vicino di banco. Alla faccia dell’amore.

Ecco perché, ragazzi miei, figli e no, viene alla bocca la figura dell’eunuco. Un signore privato degli attributi, perché possa frequentare il serraglio senza costituire un pericolo per il Sultano, in termini di fedeltà delle favorite. Sarà pure capace di amore, un eunuco. Un amore casto, necessariamente casto, tiepido come una amicizia. Privato di quel trasporto fisico, riproduttivo, che genera, e che può spingere a fare follie, errori; ma che, comunque, spinge a fare, a creare.

Meglio un eunuco, nel serraglio, o un infido traditore? Meglio un eunuco, ne convengo. Purché, però, da qualche parte ci sia qualcuno che procrea. Erano eunuchi, quei pazzi di Ventotene? Niente affatto. Rileggete nelle splendide pagine della biografia di Ernesto Rossi, scritta nel 1996 da Giuseppe Fiori per Einaudi, le divertenti note della prima notte d’amore al confino nell’isola tra Ada ed Ernesto, il primo amplesso di un matrimonio già celebrato in prigionia a Pallanza ma mai consumato fino ad allora.

Rileggete le pagine vibranti su Ursula, su Altiero. Sulla terribile dinamica di amori e desideri consumati, traditi, superati, fino a un epilogo mai del tutto chiarito, nella inspiegabile incoscienza del comportamento e nella conseguente morte di Eugenio. Con la ragionieristica sensatezza, con il tiepido convincimento intellettuale senza conseguenze degli eunuchi di oggi, nulla di quel che è stato sarebbe accaduto. Ma lì non c’erano eunuchi, c’erano donne e uomini capaci di passione, in ogni senso. E il sogno poté nascere.

Sarà un caso se di serragli ben presto non ne esistettero più, se le mollezze di quel mondo vennero spazzate via dai barbari? Certo, meglio l’eunuco del barbaro. Ma non ci sarà, non potrà esserci mai una compiuta Europa degli eunuchi, ed è proprio questo a rendere terribilmente plausibile il rischio di una nuova Europa dei barbari.

La storia dell’idea di Europa unita, la storia d’amore dei federalisti, nata tra 600 e 800 nella lunghissima visione del genio di Locke e di Kant, riproposta a fine 800 da un congresso delle menti più raffinate del tempo (da Victor Hugo a Stuart Mill a Garibaldi), teorizzata nel cozzo delle armi negli anni 30 dagli Einaudi, dai Nitti, dai Salvemini, divenuta progetto nella stretta isoletta dei confinati antifascisti mentre già le navi americane si preparavano a sbarcare liberando il continente dalla barbarie nazifascista; questa storia qui vuole generare politiche, istituzioni, vita reale delle donne e degli uomini dell’Europa.

Questa idea di Europa qui è generativa. Richiede trasporto, passione vera, capacità di riprodurre e riprodursi. Amore, sì, ma amore di carne e sangue, non affetto da eunuchi. Un amore per il destino comune di valori, regole, principi, istituzioni così simili nella loro diversità da essere condannati a diventare unici, unitari, comuni.

E allora me la si passi la metafora, con il suo carico di sottintesi erotici e perfino carnali. L’Europa, quella che serve, ha bisogno di donne e uomini di amore vero. Non ci potrà mai essere un’Europa degli eunuchi.

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