Erika Borellini è una studentessa della provincia di Modena che ha 25 anni e a febbraio 2019 consegue la laurea triennale in Ingegneria a Modena. Erika è anche una caregiver, una persona che si prende cura ogni giorno di sua mamma Lorenza che nel 2013 è stata colpita da aneurisma cerebrale e ha bisogno di cure continue. Da quando ha 19 anni studia e si occupa di Lorenza. Ogni giorno. Di ogni settimana. Di ogni mese. Per sei anni.

Erika si laurea con un punteggio di 84 su 110 ed è pronta a iniziare la Magistrale, ma dall’Università di Modena le dicono no, non puoi, devi avere almeno 85 punti per poter continuare gli studi. Un punto.

Davanti a questo rifiuto e nonostante le mille richieste, andate a vuoto, di considerare l’assenza di norme che tutelino gli studenti caregiver, Erika lancia una petizione su Change.org, un appello a cui – in poche settimane – si uniscono oltre 100mila cittadini. E così la sua storia esce dai confini locali e irrompe nel dibattito pubblico, ponendo all’attenzione del mondo della scuola e dell’Università il problema degli studenti caregiver.

“Rifarei tutto daccapo” ci racconta Erika nel video che accompagna la sua petizione, dove aggiunge: “un punto non vale la salute di una persona”.

In Italia la figura del caregiver ancora non gode della protezione legislativa che merita e questo esercito di invisibili che ogni giorno si prende cura dei propri cari e intanto lavora, studia e manda avanti una famiglia aspetta da anni un riconoscimento. Erika grazie al suo pubblico grido ha spostato l’attenzione sul vuoto normativo in cui sono gettati tanti studenti che, come lei, devono sia studiare che svolgere 24 ore su 24 la funzione di caregiver.

Una vera e propria situazione discriminatoria perché, come racconta Erika, gli studenti lavoratori – grazie al loro status – beneficiano di vantaggi, tra cui due punti per il voto di laurea finale. Se Erika fosse riconosciuta come studente lavoratore ora potrebbe tranquillamente studiare, ma i caregiver non sono nulla, sono invisibili e quindi il loro diritto allo studio può interrompersi da un momento all’altro.

La battaglia di Erika non ha solo commosso tantissime persone in Italia ma ha fatto sì che il ministro della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti sulla tv pubblica prendesse l’impegno di risolvere la questione degli studenti caregiver, e quindi permettere ad Erika e agli studenti come lei di poter proseguire il proprio sogno: studiare.

Le prossime settimane saranno cruciali per arrivare a una soluzione positiva di questo problema; tuttavia non possiamo che ammirare lo spirito combattivo di questa ragazza, che con il supporto di oltre 100mila cittadini italiani lotta giorno dopo giorno per vedersi riconosciuto un diritto così elementare.

La forza della storia di Erika risiede anche nel fatto che questa giovane ragazza fin dall’inizio della sua battaglia non ha mai chiesto aiuti o assistenza da parte dello Stato, ma si è fatta portavoce di quest’esercito di invisibili che chiede una cosa semplice e lineare: di essere in primis riconosciuto e quindi di veder normato il proprio ruolo all’interno della società.

La battaglia di Erika ci insegna che ogni volta che una situazione ci indigna, ogni volta che abbiamo un problema, ogni volta che ci sentiamo soli nelle lotte che a tutti tocca vivere come individui e come società in realtà non lo siamo mai veramente. E che in quei momenti, avere il coraggio di rompere il silenzio e denunciare un’ingiustizia può cambiarti la vita. La sua storia ha ispirato l’Italia per questa ragione fondamentale: combattere premia, quindi non arrendiamoci mai alla rassegnazione.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Casa Blu, a Milano è nata una struttura multidisciplinare per ragazzi o adulti con autismo e sindrome di Asperger

prev
Articolo Successivo

Commissione Segre contro antisemitismo, Vaticano: “Preoccupati per l’astensione del centrodestra”. Anpi: “Legittimano il razzismo”

next