Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte alle 14 e 30 andrà di fronte al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) per rendere conto degli incontri che William Barr, il procuratore generale degli Stati Uniti, ha avuto con i nostri servizi segreti in agosto e settembre. Voleva, l’attorney general, informazioni su Joseph Mifsud, docente maltese passato per la Link Campus University di Roma e di cui si sono perse le tracce da un anno e mezzo, che nel 2016 avrebbe passato a George Papadopoulos, consulente dell’allora candidato Donald Trump, la ‘polpetta avvelenata’ delle email di Hillary Clinton in mano ai russi. Richieste d’aiuto fuori da ogni protocollo di scambio di informazioni fra intelligence.

Le visite di Barr per conto di Donald Trump – sotto impeachment da fine settembre proprio con l’accusa di aver abusato della sua carica per trarne vantaggi elettorali – non hanno però riguardato solo l’Italia. Quest’estate Barr ha visitato anche Gran Bretagna e Australia. I tre casi hanno tra loro una differenza fondamentale: mentre in Italia c’è stato un grande clamore mediatico, in Gran Bretagna e Australia le polemiche si sono spente subito. Eppure, ricorda il vicepresidente della Commissione Intelligence del Senato Mark Warner alla Reuters, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda, formano la Five Eyes Alliance, struttura di scambio di informazioni di intelligence tra i cinque alleati nata dopo la Seconda Guerra mondiale. Un’istituzione che rischia di essere messa a repentaglio dal Russiagate.

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A Londra la prima richiesta d’aiuto da parte degli americani, riporta il Daily Telegraph, quotidiano conservatore che ha comunque cercato di scavare nella vicenda, risale al 26 luglio. Una telefonata. Dall’altra parte della cornetta c’è Boris Johnson. Passano tre giorni e il 29 luglio, a Londra, si tiene un meeting della Five Star Alliance. William Barr fa parte della delegazione americana, forse insieme a John Durham, procuratore a cui Barr ha affidato una delle due controinchieste sul Russiagate. Incontra Preti Patel, ministra dell’Interno da cinque giorni, l’omologo inglese Geoffrey Cox (ma esclude di aver parlato del Russiagate) e il ministro degli Esteri, Dominic Raab, che poi è andato in visita a Washington poco tempo dopo (evitando ogni richiesta sul dossier russo, dice). Nessuna fonte dell’Home Office spiega ai giornalisti inglesi che cosa si siano detti. Si presume poi che ci sia un incontro di Barr con funzionari dell’MI6 britannico, i servizi segreti che si occupano di affari esteri.

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A novembre 2018, sempre nell’ambito della Five Eyes Alliance, si è consumato al contrario uno scontro tra gli 007 della Corona e Washington: gli inglesi volevano impedire la declassificazione delle intercettazioni di George Papadopoulos, ex advisor di Trump alle elezioni del 2016, uno dei perni sul quale ruota l’inchiesta Russiagate condotta dal procuratore speciale Robert Mueller. Secondo gli inglesi, la procedura avrebbe minato la credibilità dell’indagine. Alla fine però Trump è andato per la sua strada, accusando la Gran Bretagna di aver aiutato i democratici a costruire il dossier Russiagate contro di lui. Motivo in più per accendere i riflettori sulle visite di luglio di Barr e degli altri emissari di Trump. Invece: “Le indagini negli Stati Uniti importano alle autorità degli Stati Uniti. Non commenteremo sulle indagini in corso”, è stata la reazione del portavoce del governo britannico quando è trapelata la notizia dell’incontro di luglio. Fine delle polemiche. La più ovvia delle conseguenze è che i rapporti diplomatici fra i due storici alleati siano parecchio freddi di questi tempi.

La vicenda australiana è ancora più complessa. Il preambolo avviene sempre a Londra, una notte di maggio 2016. Una serata di bevute e confessioni di troppo alle Kensington Wine Rooms. I protagonisti sono l’ex advisor di Trump Papadopoulos e Alexander Downer, diplomatico australiano di stanza in Gran Bretagna, ex leader del partito conservatore. Papadopoulos lo definisce “uno sgherro della Clinton”, “una spia”, uno che aveva lo scopo di far cadere lui e Trump. Allarmi lanciati dopo essersi lasciato scappare che il Cremlino aveva del materiale compromettente su Hillary Clinton. È poi lo stesso Downer, tre mesi dopo, all’uscita del leak contenente le email della candidata democratica – fu una bomba sulla campagna elettorale – a informare sia l’FBI, sia Elizabeth Dibble, allora numero due dell’ambasciata americana a Londra, dell’informazione ricevuta. Come mai i due si siano incontrati in un bar di Londra, non è dato saperlo.

È dopo questa conversazione che inizia il Russiagate: per la controinchiesta dell’amministrazione Trump è quindi fondamentale capire che notizie sono passate dall’Australia, a qualunque prezzo. Così William Barr ha incluso Camberra tra le capitali a cui fare visita, dopo che il presidente Trump, a settembre, aveva chiamato il primo ministro Scott Morrison per convincerlo a collaborare con il suo procuratore generale. Non è chiaro il contenuto della telefonata, perché la trascrizione non è ancora stata resa pubblica. Il contenuto però sembra ricalcare la conversazione tra Trump e Volodomyr Zelensky, il presidente dell’Ucraina, dalla quale è nato l’impeachment: in quel caso, l’aiuto chiesto da Trump era mettere sotto inchiesta il possibile rivale per la corsa alla Casa Bianca Joe Biden. Di certo la reazione dell’opinione pubblica australiana non è stata granché: la notizia è scomparsa dai titoli dei giornali già dopo la prima settimana di ottobre, nonostante a rischio ci sia la tenuta della Five Eyes Allience, come sottolineato da senatori democratici.

In termini di conseguenze politiche, è difficile immaginare che cosa possa accadere nei prossimi mesi, in particolare a Donald Trump. È chiaro che tutta questa vicenda mostra come la sua amministrazione abbia forzato i protocolli pur di ottenere certe informazioni che gli servono in quanto futuro candidato alla Casa Bianca, più come come presidente degli Stati Uniti. Ma non è detto che l’impeachment riesca ad affondarlo. La partita è ancora lontana dal chiudersi. Il grand tour diplomatico di Barr, alla fine, potrebbe anche rendere inaspettatamente ancora più solide le amicizie con Italia, Gran Bretagna e Australia.

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