“L’Unione europea deve capire che i crimini di ecocidio e genocidio che si stanno commettendo in Amazzonia sono crimini contro l’umanità”. A dirlo è Celia Xakriabá, insegnante ed attivista indigena brasiliana che ieri ha marciato insieme ai ragazzi di Fridays For Future per la tappa torinese della campagna Sangre Indigena Ni Una Gota Mas (Sangue indigeno, non una goccia di più, ndr) organizzata dall’Apib (Articulação dos Povos Indígenas do Brasil ). Dopo aver incontrato in mattinata il Papa in Vaticano, la delegazione di indigeni dell’Amazzonia attraverserà undici Paesi europei per denunciare le violenze perpetrate nei confronti della propria terra dal governo e dalle multinazionali del settore agricolo ed estrattivo. Una terra martoriata dagli incendi dolosi che secondo gli attivisti sono “legati agli interessi del governo nel settore dell’agro business”. Un fenomeno che si accompagna a una presenza sempre più invadente delle grandi aziende nei territori indigeni.

Secondo i dati pubblicati a settembre dal Consiglio Missionario Indigeno (Cimi), i casi di occupazione di territori indigeni da parte delle grandi multinazionali sono saliti da 111 a 160 in soli dieci mesi. “Siamo venuti qui per chiedere all’Europa di sentirsi responsabile rispetto a questo problema – racconta Alberto Terena, professore e portavoce del villaggio di Kubiri – quei prodotti vengono esportati proprio in questa parte del mondo”. Una responsabilità che i ragazzi di Fridays For Future e i genitori di Parents for Future vogliono fare propria: “Dobbiamo chiedere ai nostri governi di intervenire – racconta Tommaso, di FFF Torino – l’Italia è uno dei primi paesi importatori di pelli e legname proprio dall’Amazzonia. Non si può rimanere indifferenti”.

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