Se in Amazzonia la foresta brucia anche per le pressioni degli agricoltori e dell’industria del legname, in Cile i ghiacciai sono a rischio di sopravvivenza. Rischia infatti di naufragare per l’ennesima volta il progetto di legge, il sesto in 14 anni, che vorrebbe mettere sotto protezione l’intero manto bianco del paese, ritenuto una riserva idrica preziosa quanto indispensabile, vista anche la pesante siccità che ormai dura da anni. Ma la protezione dei ghiacciai cozza contro gli interessi della potente lobby dell’industria mineraria, che teme una legge che gli blocchi le mani su nuovi progetti.

Dopo le ultime modifiche proposte al progetto, le associazioni ambientaliste hanno lanciato l’allarme. Il testo, presentato a giugno 2018, seppur approvato dai senatori, è passato su richiesta del governo all’esame della Commissione per le miniere e l’energia del Senato, che lo avrebbe modificato alleggerendo lo scudo protettivo dei ghiacciai. L’opinione della commissione e del ministro per le Miniere, Baldo Prokurica, è che non sarebbe necessaria una legge ad hoc, perché a proteggerli ci sarebbe già il Sistema di valutazione ambientale (Sea).

A questo si è aggiunto anche il premier Sebastian Piñera, che ha detto che “ciò che circonda i ghiacchiai è si prezioso, laddove ci sono riserve d’acqua, e ovviamente gli daremo la nostra protezione. Ma se non è qualcosa di prezioso e c’è la possibilità che questo ambiente periglaciale coesista con un’attività economica, all’interno delle norme di protezione ambientale, io credo che sia qualcosa da studiare”. Le sue parole si comprendono meglio se si considera che il progetto di legge vuole proteggere non solo i ghiacciai, ma tutto l’ambiente periglaciale (inteso come l’area con suolo congelato che funziona da regolatore delle risorse idriche in montagna) e il permafrost (suolo perennemente congelato), tutelandoli come riserve strategiche di risorse idriche. E considerando che, secondo la mappatura del Parlamento, il Cile è uno dei paesi con la maggior quota di superficie ghiacciata del mondo, pari al 3,8% del totale (se si escludono Antartide e Groenlandia), si capisce perché le industrie minerarie remino contro.

Se passasse il progetto di legge in discussione al Senato sarebbero proibite tutte quelle attività che possono danneggiare le condizioni naturali del ghiacciaio, e portare alla sua distruzione, spostamento o interferire con il suo avanzamento attraverso la liberazione di prodotti o residui chimici, la costruzione di infrastrutture e opere architettoniche, l’installazione di industria e l’esplorazione e sfruttamento di minerali e idrocarburi. Ciò significherebbe, secondo uno uno studio della Commissione cilena del rame (Cochilco), una perdita di 34mila posti di lavoro e la chiusura di quattro progetti. Da qui le modifiche proposte, tra cui quella di definire i ghiacciai “come una massa d’acqua terrestre in stato solido, con almeno 15 anni di esistenza e presenza effettiva di ghiaccio”, di non considerare ghiacciai quelli inferiori a un ettaro di superficie e di autorizzare attività in aree vicino a ghiacciai rocciosi, dopo uno studio di impatto ambientale.

Per l’opposizione quella delle miniere è invece una campagna del terrore, dopo anni in cui sono intervenute sui ghiacciai, pur essendo le principali riserva d’acqua del XXI secolo. Secondo il Coordinamento dei territori in difesa dei ghiacciai, che raggruppa 29 organizzazioni ambientaliste, le modifiche che si vogliono apportare “cambiano tutto il progetto, rispondendo alle preoccupazioni del settore minerario”. Lo stesso ex cancelliere del governo Bachelet, Heraldo Muñoz, in una recente trasmissione televisiva ha riconosciuto che “questo tema non ha niente a che vedere con l’urgenza posta dalle commissioni, ma con gli interessi delle miniere. Ok? Sui ghiacciai le miniere dicono che gli impediscono di crescere e di continuare ad avere giacimenti”. Rimane da vedere come evolverà la battaglia parlamentare.

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