Riflessioni sull’immunità diplomatica e la sua applicazione negli Stati Uniti e in Vaticano.

Il 27 agosto scorso muore in un incidente d’auto il 19enne Harry Dunn. Le autorità inglesi presumono che sia coinvolta nell’incidente una cittadina americana, Anne Sacoolas. Omicidio colposo è la pista giudiziaria. Gli inquirenti le dicono di rimanere a disposizione della giustizia. Anne Sacoolas è moglie di un agente statunitense in Gran Bretagna. Lui e la moglie hanno lo status diplomatico. Anne Sacoolas fugge in aereo e si rifugia negli Stati Uniti. Londra chiede invano che lo status diplomatico sia revocato per processare la donna. Boris Johnson, il premier britannico, lo chiede espressamente. Washington risponde picche.

Cose che capitano, commenta il presidente Donald Trump con grazia salottiera. “E’ un terribile incidente ma può capitare quando sei abituato a guidare a destra e improvvisamente devi guidare a sinistra. Non dovrei dirlo, ma è capitato anche a me”. Segue un profluvio di sentite partecipazioni al dolore della famiglia Dunn e il goffo tentativo del presidente di mettere i genitori di Harry di fronte ad Anne Sacoolas durante un incontro alla Casa Bianca.

Il fatto è che l’immunità diplomatica è stata creata per tutelare gli ambasciatori (e categorie particolari del personale all’estero di uno stato) da ingiuste rappresaglie, da pretestuosi coinvolgimenti in processi intentati per ricattare uno stato. Non dovrebbero valere per non pagare l’affitto o per la responsabilità di reati comuni evidenti. Stante le norme internazionali la Gran Bretagna non ha nessun potere di riportare sul suo territorio la signora Sacoolas e di metterla di fronte al giudice. Toccherebbe a Washington rimandare indietro l’inquisita. E’ una questione di giustizia.

In Italia sappiamo che non avvenne nemmeno per i responsabili acclarati della strage del Cermis, quando un aereo militare statunitense, volando a bassa quota in violazione di ogni regolamento, fece precipitare una funivia. Anno 1998: 20 vittime. Qui non si parla di indennizzi materiali (che probabilmente verranno anche alla famiglia del ragazzo inglese). Si parla del fatto che il pilota dell’aereo evitò di essere processato in Italia e di pagare qui il suo debito con la giustizia. Ieri come oggi Washington fa muro. Secondo il detto del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun valete un c…”.

Cosa c’entra il Vaticano? Il pensiero corre a due fatti recenti in cui la Santa Sede ha rinunciato a qualsiasi immunità per due personaggi ben più importanti della moglie di un diplomatico. Ed è un evento verificatosi nell’attuale pontificato. Il cardinale George Pell, membro del Consiglio cardinalizio dei Nove e capo del Segretariato dell’Economia – dunque un “ministro” del governo della Santa Sede – è stato rispedito in Australia da papa Francesco a sottoporsi ai processi di prima e seconda istanza, che lo hanno visto condannato e incarcerato per abusi su due minori quando era arcivescovo di Melbourne.

Più recentemente il Vaticano ha rinunciato all’immunità diplomatica per il nunzio in Francia, accusato di molestie sessuali. Sotto Giovanni Paolo II il cardinale Bernard Law di Boston fu invece rapidamente chiamato a Roma con la carica di “arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore” per evitare che andasse sotto processo negli Stati Uniti per avere chiuso entrambi gli occhi sui preti pedofili della sua diocesi. Differenze che contano.

Poiché è già iniziata Oltretevere la stagione degli allenamenti per il prossimo conclave e poiché la narrazione ampiamente diffusa dagli avversari delle riforme è che “Francesco parla, parla e non succede niente”, vale la pena notare i fatti di pulizia piccoli o grandi introdotti da Bergoglio.

Il caso Pell ha un risvolto anche per i governi italiani di ieri e di oggi, impegnati – spesso a parole – a riformare la giustizia. Il cardinale australiano è stato condannato in prima istanza nel dicembre del 2018 e nell’agosto scorso gli è stata confermata la condanna a sei anni di carcere. La corte suprema dello stato di Victoria ha respinto il ricorso. Pell ha 78 anni e sta già in carcere.

Invece di studiare cervellotici “tempi obbligati” da imporre ai giudici, i governanti italiani potrebbero inviare una commissione in Australia imparando come si fanno processi privi di cavilli procedurali da azzeccagarbugli, che la tirano in lungo, e apprendendo le regole essenziali e rigorose per l’appello che in questi paesi non sono una “partita di ritorno” di un campionato di calcio.

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