Salta l’aumento della cosiddetta ‘tassa sulla fortuna‘, prevista nelle prime bozze del decreto fiscale collegato alla manovra. Al posto delle maggiori tasse sulle vincite alla lotteria, al Gratta&Vinci e simili, la nuova bozza datata 16 ottobre prevede un ulteriore rincaro del prelievo erariale unico (Preu) applicato su slot e Vlt, che era già stato alzato con il decreto Dignità. Da febbraio il prelievo sulle slot e new slot salirà dal 21,6 al 23% e quello sulle videolotteries dal 7,9 al 9 per cento. L’intervento, stando alla relazione tecnica, porterà nelle casse dell’erario un gettito aggiuntivo di 498,9 milioni nel 2020 che salgono a 524,7 dal 2021. La raccolta complessiva dei concessionari per il 2019 è stimata in 23 miliardi per le nuove slot e 24,3 miliardi per le videolotteries. E’ stato invece eliminato l’articolo che sostituiva l’aliquota del 12% oggi applicata alle vincite con cinque diverse aliquote, dal 15% per i premi tra 500 e 1000 euro fino al 25% per vincite oltre i 10 milioni.

“Sentiamo parlare di discontinuità ma non rileviamo segni di cambiamento per la filiera del gioco legale che viene utilizzata dallo Stato ogni anno, per far cassa in Legge di Bilancio. Sulle sole AWP la pressione fiscale è arrivata al 73%: non c’è Industria che possa sopravvivere in queste condizioni”, è il commento di Stefano Zapponini, presidente Sistema Gioco Italia (Confindustria). Così “il gioco è destinato a ritornare in mano all’illegalità”, sostiene.

Per l’Associazione nazionale gestori gioco Di Stato (Sapar) si tratta di “un altro durissimo colpo inferto a migliaia di imprese del settore. È l’ulteriore conferma che c’è un preciso disegno di questo governo il quale, alla stessa stregua di altri Esecutivi, attraverso sistematiche tassazioni, intende cancellare definitivamente il comparto del Gioco di Stato, in particolare quello degli apparecchi da intrattenimento. Le misure previste dalla manovra di bilancio appena varata tra cui l’ulteriore aumento del Preu (il prelievo unico erariale) a carico di gestori e operatori, pur di far cassa, rappresentano l’anticamera del fallimento per migliaia di piccole e medie aziende con pesantissime ricadute sul futuro di circa 150mila lavoratori“.

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