Grazie Beppe Grillo perché ci hai svegliati. Non tutti, per ora, ma una parte consistente sì. Avevi a che fare con un Paese allocchito da una cultura narcotizzante, storicamente preda di occupazioni straniere: francesi, spagnoli, arabi, austriaci, perfino tedeschi. A nessuno di costoro interessava il nostro futuro, il nostro bene: era una sempiterna gara a spolparci. Ma non era niente: ben altra invasione più addormentante, più tragica – inconsapevoli – eravamo destinati a subire.

Nel 1861, l’Italietta aveva iniziato un cammino molto povero ma molto più ‘nostro’: lentamente con fatica e sofferenza, facendo errori (ma li facevamo noi, non ci venivano imposti), nella Penisola si andava costruendo una cultura nostra, nel tentativo di capirci e ritrovarci intorno ai medesimi valori. Certo, subivamo diverse influenze culturali ma a nostra volta davamo contributi culturali al mondo: crescevamo un po’ con spontaneità e un po’ copiando i modelli che il mondo ci proponeva.

La corsa verso un Paese genuino, self-erecting, spontaneo prende una sberla fortissima intorno agli anni 60 quando arrivò impetuosa la cultura americana che usò come cavallo di Troia il cinema: anche se la nostra cultura si trovava in un periodo fertile, producendo film di notevole pregio, il prodotto d’oltreoceano dominò quantitativamente. Pochi sanno che nel trattato di pace firmato con gli alleati c’è (e solo per noi) una clausola che impone il doppiaggio in lingua italiana di tutti i film importati: niente sottotitoli (come, ad esempio, in Germania), solo doppiaggio. Oggi, dopo più di mezzo secolo di trattamento, se vogliamo andare a trovare tracce genuine di cultura italiana dobbiamo andare a cercarcela nella provincia: nelle città è quasi tutta e solo ‘cultura Usa’.

Certo, quei film proponevano una società luminosa, colorata, comoda, canterina e incoraggiante (ma molto, molto materialista). Erano un grosso incentivo a cercare di ‘copiare’ quella cultura, di emulare quella società: venivamo, oltretutto, da un periodo cupo, tetro.

Di questa ‘cultura’ ho fatto parte anch’io: se l’Italia oggi è così lo si deve anche a me, a noi tutti, che ci siamo dannati l’anima per vivere una vita in cui raggiungevamo il sogno della casa, dell’auto, della vacanza al mare, del riscaldamento invernale, della TV e di tante altre cazzate mentre ci curavamo solo di striscio dei valori veri, della giustizia, dell’eguaglianza, della fraternità, dei deboli, del bisogno della umana felicità, non quella fasulla e petulante che la pubblicità ossessiva ti propone di continuo: eravamo diventati un po’ strane persone nate per produrre e poi consumare.

Ma per fare questa ‘operazione’ (umanamente non molto corretta) avevamo bisogno di un impalcato politico adeguato: il nostro Paese cadeva in una corsa ad una nuova vita che implicava, troppo spesso, deviazioni dalle buone regole. Custode e matrice massima di questa organizzazione ‘ballerina’ fu la Democrazia Cristiana, l’artefice massimo: Giulio Andreotti.

No, non fu un periodo in cui fu perseguita equità e correttezza: anche la politica entrò in una zona di ingiustizie, di prevaricazioni, soprattutto verso la parte debole del Paese. E’ diventato un costume nazionale del quale non ci preoccupiamo più: un sistema funzionale alla scalata al benessere, ispirato dalla ‘way-of-life’ americana.

Oggi – e da decenni – la nostra Italia è addormentata: non riesce a trovare una via d’uscita propria, autonoma. A me sembra un gran guaio.

Ora, io so di essere un ingenuone ma devo dire che con i cinquestelle ho avvertito aria di nuovo. Prima timidamente ma poi sempre più concretamente avverto voglia di porre un limite a tanto fetore politico. Non mi interessano gli errori, umanissimi, perché riconosco tutta la voglia di porre limite a molte vergogne nazionali. Voto cinquestelle con sempre crescente convinzione.

Quando sento, vedo, leggo i cori di sarcasmo che vengono da quelli ancora avvoltolati nel fumo democristiano (e che stanno man mano perdendo assurdi privilegi), raddoppio i grazie Grillo e i grazie Di Maio. E checché ne dicano i giornali, pur nella fretta e furia con cui ha dovuto svilupparsi e andare al governo, il Movimento secondo me è riuscito a imbarcare uomini molto positivi e leali: Di Maio in primis, ma anche Toninelli (ottimo e determinato ministro dei Trasporti), Bonafede (ottimo ministro della Giustizia). Altro che i vecchi arnesi politici, sui quali si sprigiona ancora oggi un’aria di corruzione e incapacità, quando non dedita a puri interessi personali…

Da queste idee e da questi uomini mi sento protetto e a casa mia: tenete duro, mi raccomando, tenete duro. Grazie Beppe.

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