Alcuni studiosi ritengono che la Terra sia entrata in una nuova era, l’Antropocene. Un pianeta dove le modificazioni territoriali, ambientali e climatiche sono controllate dall’uomo. Questa definizione sottolinea la nostra responsabilità nel garantire la sostenibilità ambientale ma, finora, non è inclusa nella Scala Geo-Cronologica per molte buone ragioni. Se l’Antropocene inizia 50 anni fa, nell’ideale geologico un periodo di 50 anni è solo pulviscolo temporale: l’Olocene, l’era geologica attuale, iniziò circa 11.700 anni fa. E pensare di essere non soltanto spettatori, ma anche protagonisti di un evento geologico di tali proporzioni sa un po’ di presunzione.

Il dibattito è comunque aperto, anche perché – sostengono gli antropocenisti – l’ultima volta in cui ci fu altrettanta CO2 sulla Terra accadde nel Pliocene, 3 milioni di anni fa. E, poiché la combustione di combustibili fossili – elemento essenziale dell’accumulazione di capitale – è stata la fonte principale di questo surplus di emissioni, alcuni estremisti insinuano che è il nome più appropriato sia invero “Capitalocene”. Dimenticando gli armenti.

Se il dibattito antropocenico offre ampi margini di approfondimento, nessuno dubita che la contemporaneità storica, l’età iniziata alla fine del secolo scorso, si possa battezzare “Burocracene”, in inglese Bureaucracene. Una perversa struttura sociale, economica e politica ha conquistato il potere ovunque da almeno 30 anni. Il trionfo delle burocrazie è un fenomeno globale, che si è consolidato nei regimi tuttora comunisti per default, in quelli post-comunisti e post-coloniali quasi meccanicamente, nei paesi dominati dal capitale finanziario subdolamente ma in modo inesorabile. Il Burocracene ha soppiantato l’età del welfare, Les Trente Glorieuses, età dell’oro del secondo dopoguerra. E la sua spada è stata la tecnologia dell’informazione e comunicazione, la Ict diffusa e capillare.

Nel mondo della medicina, gli adempimenti burocratici del medico sono diventati una ossessione, resa amara da una macchina informatica letale. Nel contempo, il rapporto numerico tra personale amministrativo e sanitario, tra gestori e ahimé gestiti, è esploso, come dimostra qualunque analisi storica sull’arco degli ultimi 50 anni. La supremazia della burocrazia sanitaria è diventata pressoché universale. E in Italia il fenomeno traguarda gli apici del sadismo.

Negli Stati Uniti, tra il 1975 e il 2008 il numero dei docenti universitari era cresciuto del 10 percento, mentre era esploso del 221 percento quello dei burocrati accademici. Come racconto in un libretto recente, Morte e Resurrezione delle Università, due terzi delle università del Regno Unito hanno adesso più personale amministrativo che personale scientifico. Secondo l’ultimo conto annuale che ho trovato in rete – anno 2015, fonte Flc Cgil di Perugia – l’Università di Palermo aveva 1474 tra docenti e ricercatori, contro 1990 non docenti; quella di Genova 1401 non docenti contro 1148, e solo per alcuni atenei (tra cui il Politecnico di Milano) il rapporto risultava invertito. La crescita della burocrazia accademica supera di gran lunga le pur infauste previsioni della Legge di Parkinson, l’equazione che descrive la velocità con cui le burocrazie si espandono nel tempo.

Il sistema è alimentato da un irresistibile effetto di retroazione. Più vengono imposte nuove norme, regole, procedure, auditing, controlli, adempienze, statistiche, tabelle e così via, più la necessità di rinforzare l’esercito dei burocrati diventa pressante. C’è troppo da fare! E la burocrazia, sempre più solerte e numerosa, suggerirà ai decisori politici nuove e sempre più complicate norme, regole, procedure, il cui peso sarà scaricato sui malcapitati, controllati via Ict.

La Ict ha diffuso il potere burocratico non solo per controllare dall’interno i diversi comparti, ma anche nella vita quotidiana del rapporto tra fornitore e consumatore, instaurando nuovi modelli di accesso al consumo. Medico e paziente, docente e studente, cliente della banca e del supermercato sono tutti obbligati fare da sé il lavoro che prima era fatto dalla burocrazia stessa: “Senza aggravio di costi per il cliente!”, come proclamano i gestori di quei sistemi.

Un fervente paladino dell’Antropocene è stato Paul Crutzen, un chimico che vinse il Nobel nel 1995 per i suoi studi sulla formazione e la decomposizione dell’ozono atmosferico, il quale condivide, assieme al biologo Eugene Stoermer, l’onore della paternità di questa definizione. Crutzen non ebbe un impatto saliente quando lo invitammo, molti anni fa, a tenere una conferenza ai nostri studenti di Ingegneria Ambientale. Né, soprattutto, a cena. Non conosco ancora chi potrà intestarsi la definizione di Burocracene, ma una candidatura italiana avrebbe, senza dubbio, un enorme vantaggio rispetto a qualunque opzione straniera.

Alla fine degli anni 70, l’ambito pubblico valeva in Italia circa il 40 percento del Pil e la mano pubblica forniva tutti i servizi telefonici e televisivi; provvedeva al servizio sanitario nazionale pressoché in regime di monopolio; produceva e distribuiva l’elettricità; gestiva le autostrade e le ferrovie; forgiava l’acciaio per mezza Europa e, a Natale, ti cuoceva pure un discreto panettone. Oggi vale più del 50 percento e garantisce, assieme alla propaganda televisiva, solo una quota dei trasporti pubblici e dei servizi sanitari, sotto l’ala di una smisurata burocrazia, ispirata dal Grande Fratello orwelliano. E se le quote di Pil che lo Stato dedica a sanità e scuola sono tra le più basse del mondo, non ho mai visto studi che illustrino dove invece primeggiamo.

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