Gentili Deputate e Deputati di Camera e Senato

Avrete sicuramente visto voi, come abbiamo visto noi, quel bel fiume di ragazze e ragazzi, che ha allagato le strade delle nostre città. Una alluvione buona, salutare, che ci dice che i ghiacciai della speranza (a differenza di quelli alpini) sono ancora ricchi di fiducia nel futuro e alimentano le menti dei giovani. Sfilate allegre, intelligenti, senza violenza alcuna, ma soprattutto senza alcun simbolo di partito.

Proprio di questo vorrei parlarvi: vi state interrogando sul perché? Come mai nessuno di voi, di destra o di sinistra, rientra nell’immaginario di questi ragazzi? Lo so già, qualcuno si rifugerà dietro alla ormai abusata formula per cui “l’ambiente non è di destra né di sinistra”, ma non è così. Semmai l’ambiente è di destra e anche di sinistra, ma soprattutto è un problema di tutte persone sensibili e intelligenti. Perché vi evitano? Perché non si rivolgono più a voi, non sono dei vostri?

Appartengo a una generazione, che è scesa molte volte in piazza quando era giovane e forse anche molti tra voi erano della partita. Sebbene in forme diverse, con colori e simboli diversi, le nostre bandiere, si richiamavano a parti politiche, facevano riferimento ai partiti, parlamentari o estraparlamentari, ma sempre connotati da qualche ideologia.

Oggi no. Oggi non è così e questo dovrebbe essere il primo dei vostri pensieri. Chiedervi perché il futuro di questo Paese vi ignora e se vi prende in considerazione è solo per spronarvi a intraprendere una qualche azione che a ben vedere è talmente evidente da apparire sconcertante, che a suggerirvela debbano essere persone che spesso non hanno ancora neppure il diritto di voto. Ma lo avranno presto e quando si affacceranno nell’urna elettorale cosa troveranno? Lo stesso vuoto che riempie oggi il loro orizzonte?

Se non siete capaci di cogliere questo grido che è sì di dolore, ma anche di speranza, se non capite che questa è davvero l’ultima chiamata per tutti, allora non avete alcun diritto di sedere in Parlamento. Non avete alcun diritto di riempirvi la bocca con la parola “popolo”. Non sono forse popolo anche questi giovani? Oppure è popolo solo chi fa comodo in qualche momento?

Chissà se qualcuno tra di voi si ricorda di quel bellissimo monologo di Giorgio Gaber dal titolo La cacca dei contadini. Era il 1976 e il grande Giorgio spiegava così l’allontanamento della politica dalla società: “È la cacca dei contadini. Tutto lì, la cacca dei contadini, me l’ha spiegato Fortini. A lui piacciono queste storie, e anche a me. In Russia, durante la rivoluzione, i contadini entravano nei palazzi dello Zar e defecavano nei suoi preziosissimi vasi. Un gesto di disprezzo, di distruzione, bello stupendo. Sì ma perché bello? Perché la distruzione, la cacca dei contadini, è importante, se ha un senso storico, se c’è qualcuno che la raccoglie, e in quel momento c’era un Lenin che la raccoglieva! Non la merda, il suo significato voglio dire. Adesso io non dico che uno, deve vedere se c’è un Lenin prima di… mah.”

Ascoltate quelle voci che si è sono levate oggi in tutta Europa, con slogan anche divertenti, ironici, talvolta ingenui, ma sinceri. Se oggi è la paura dell’ambiente a spingere i giovani a riprendersi le piazze è perché sono più realisti di quanto lo eravamo noi alla loro età. Noi inseguivamo delle belle utopie, volevamo un mondo migliore, invece abbiamo lascito loro un pianeta ferito, febbricitante. Egoisticamente abbiamo truccato il termometro, fatto finta che non fosse grave e ora, che il paziente è quasi in coma, lasciamo a Greta il compito di spiegarci cosa bisogna fare.

Forse c’è ancora una speranza, e sta nell’umiltà. Nell’umiltà di chiedere scusa e ascoltare questo vento nuovo. Se non uscite ora, subito, dalle vostre stanze e non andate a chiedere a quei ragazzi di aiutarvi, se non andate a fare proposte credibili, quei cori allegri, ma seri, scanzonati, ma decisi, potrebbero trasformarsi in pietre.

Siamo stufi e stanchi di sentire le analisi sul perché della violenza, che nasce dal disagio. Andate, parlate con loro, ma fatelo in fretta. Perché loro lo hanno capito, che il tempo rimasto non è più molto.

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