Sesso, droga e… ancora sesso e droga, sesso e droga. Non se ne esce facilmente dal loop autodistruttivo, allucinato e pruriginoso che propone Euphoria, la nuova serie Hbo che Sky propone dal 26 al 29 settembre in seconda serata su Sky Atlantic e Now Tv. La generazione Z scandagliata fin nelle recondite cavità del corpo umano (il primo episodio inizia con una specie di soggettiva neonato da dentro l’utero mentre avviene il parto), riesumata con la data simbolo dell’11 settembre 2001 (la protagonista nasce tre giorni dopo) e dispiegata tra le maglie di un’adolescenza cruda e in controluce, tutta pompini, pillole, cheerleaders e ragazzotti gonfiati.

La 17enne Rue Bennett (la Zendaya di Spider-Man: far from home) è cresciuta nel solito suburb periferico californiano e si è svezzata a suon di web, porno e una quantità e varietà di droghe che nemmeno ci si immagina. Rue torna a casa dopo un serio periodo di riabilitazione, ma sniffare, ingurgitare e inalare stupefacenti è l’unica realtà possibile nello spazio senza nome di Euphoria. Appunto, uno stato d’animo artificiale, una sensazione psicofisica sballata perenne, che non smette mai di autoriprodursi attraverso la continua assunzione di droghe pur in un contesto ostinatamente middle class.

Il primo trip, l’ossicodone usato dal padre morente di cancro, non si scorda mai. Pippate scorsesiane corrono rapide tra cessi e camerette in un rimescolio razziale nero/bianco/ispanico che è la vera summa antropologica parificatrice almeno delle prime due puntate della serie. Il magma dilatato dell’adolescenza di Rue e delle sue amiche (tante le ragazze molto smart protagoniste, pochi e molto stupidi i maschietti), una topica che da barbogi intellettualini europei definiremmo di disagio giovanile, è invece mostrata come una dimensione psichedelica (l’illuminazione naturalistica è spesso davvero fornita da dei neon) estetico-formale che batte all’impazzata ad un ritmo esagerato. Tanto che il trauma intimo delle protagoniste non sembra orientarsi verso un consapevole risanatore e moralistico pentimento, ma viene sotterrato sotto metri di chiacchiericcio virtuale, quintali di pasticche, e vagonate di Tinder.

Parecchi i nudi. Peni al vento, e non vagine (per ora), seni, chiappe. E parecchie allusioni e sbirciate ad una sessualità morbosa, insaziabile, derivativa. Da Pornhub a manetta fino al revenge porn che non si fa melodramma o denuncia sociale ma astuto espediente di dominazione della femmina sul maschio, Euphoria scompagina regole e regoline dei limiti visibili e ascoltabili in tv. Non una visione estrema e radicale, ma una presenza inquieta e dissacrante rispetto al politicamente corretto in materia. Levinson opta poi per un espediente significante come la reiterata ed ironica voce narrante della protagonista immersa nel suo mondo distorto senza lagne o piagnistei, dilatando sempre più la percezione sotto effetto di acidi e oppioidi con il rarefatto e onnipresente hip hop di Drake e Labrinth, fino ad una regia con punti e movimenti di macchina anticonvenzionali per mostrare una postmodernità della messa in scena forse un po’ troppo artificiosa ma obiettivamente efficace.

Un American Beauty sotto effetto di una strisciata di cocaina, insomma, che paga pegno alla visionarietà dei primi lavori di Aronofsky e Korine, come alle atmosfere dei film di Gaspar Noé, e sembra allargarsi narrativamente a livello corale con delicato equilibrio tra facce e storie. Le tre attrici principali sono davvero da urlo: Zedaya sfatta e caracllante attua un sorprendente ribaltamento identitario che nemmeno Selena Gomez in Springbreakers; Barbie Ferreira è Kat, la ragazza obesa che travolge gli stereotipi buonisti e fa della sua fisicità un ariete per dominare i ragazzi; Hunter Schafer, che interpreta Jules, è una giovane attrice trans gender al debutto che fa oscillare ulteriormente un quadro che sbanderà (lo intuiamo dal secondo episodio) in una possibile fluidità di genere. Adulti non pervenuti e se pervenuti letteralmente ubriachi, inermi, impalpabili. E se non siamo a conoscenza degli effetti delle droghe, come dice una delle protagoniste: “andate su Google a cercarli”.

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