Giusto giusto quarant’anni fa Pietro Mennea da Barletta correva, a Città del Messico, i suoi leggendari 200 metri in 19”42. Un record durato un sacco di anni, fino alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Un record di 16 anni e 324 giorni che gli valse il soprannome di ‘Freccia del Sud’. Proprio come il treno delle Ferrovie dello Stato che partiva dalla Sicilia e arrivava a Milano.

Istituito negli anni 50, fu uno dei mezzi delle migrazioni epocali che spopolarono il Sud e diedero all’immaginario collettivo la fotografia di un paese arretrato, contadino, disperato, di emigranti con le valigie di cartone, il pane con la frittata e i venditori abusivi di caffè come nel film di Nanni Loy Cafè Express. Ma la Freccia del Sud non era veloce come Mennea: ci metteva quasi un giorno, il viaggio della speranza. Ma almeno, assieme ad altri treni dai nomi suggestivi (il “Treno del Sole” che portava dalla Sicilia bedda alle brume piemontesi) e a tratte rimaste nella leggenda (il “Crotone-Milano”) erano vettori di collegamento tra il Sud e il Nord dell’Italia. Collegamenti necessari non solo e non tanto per ragioni di diporto, ma soprattutto per regalare alle grandi industrie del paese la manodopera necessaria a tenere il piedi lo sviluppo e la sua funzione, il sottosviluppo.

Da allora, per molti versi il Sud non è cambiato: continua ogni anno l’emorragia di persone che emigrano, che si spostano verso Nord (anche temporaneamente: si pensi all’accesso alle strutture sanitarie dell’alta Italia) e verso l’estero per lavoro. Quello che è cambiato è che per alcune zone, quelle carrette a gasolio sono persino state soppresse, costringendo le persone a usufruire dei pullman di linea che hanno visto la dismissione di treni e stazioni come una manna dal cielo. La Calabria ionica, per esempio, è stata negli anni del tutto tagliata fuori dalla rete ferroviaria verso il Nord. Così, mentre le altre regioni e zone del Sud bene o male risultavano ancora – seppure con difficoltà – raggiungibili, quel versante tra Sibari e Crotone è stato abbandonato da Dio e dagli uomini. Lontano è il tempo in cui Pier Paolo Pasolini a bordo della sua 1100 Fiat percorreva quella lunga strada di sabbia e passando da Cutro lo bollava come il paese dei banditi, ma attuale è il grido di dolore che il poeta registrava passando da Reggio, dove “sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte come ‘Dio aiutaci’”. E poi lo Ionio, che “non è un mare nostro: spaventa”. Estetizzazioni niente affatto aliene alla sensibilità di Pasolini. Eppure la frattura tra il Nord e il Sud, al netto di tali debolezze esotizzanti (ma Pasolini le conosceva, e aveva d’altro canto visto nei moti per la terra l’occasione – mancata – di riscatto del Sud; ma questa è un’altra storia), esiste ancora. Ancora, parte del Sud è quel cafarnao sterminato di cui egli parlava.

Come si può, difatti, pensare allo sviluppo di un paese senza pensare le infrastrutture necessarie, i collegamenti, la mobilità di merci e persone? Perché va bene rifiutare lo stereotipo dell’arretratezza, ma l’emigrazione è troppo mastodontica per poter essere ignorata come spia della disoccupazione e della mancanza di sviluppo economico. Ma questo dice molto anche sullo stato dell’intero paese e dell’Europa. Pensare lo sviluppo infatti è ormai possibile, per l’opinione mainstream degli eurocrati e dei loro emuli nostrani, soltanto sul letto di Procuste della stabilità. In altri termini, non si investe in perdita: l’obiettivo è, come la librettina della massaia, far tornare i conti. Ed è per questo che ante litteram le ferrovie hanno tagliato i collegamenti: erano anti-economici. Ma lo Stato ha il dovere di coprire i costi se un servizio, pure anti-economico, consente la mobilità (diritto centrale anche a livello europeo) dei suoi cittadini.

Ed è in quest’ottica che la Calabria ionica saluterà fra pochi giorni (il 16 settembre) l’istituzione di un Frecciargento da Sibari a Bolzano. Dalla terza regione più povera alla città più ricca. E sono comprensibili le scene di giubilo degli ionici: ma voi ve l’immaginate vivere in un posto dimenticato da Dio? Un treno che rimetterà questa parte d’Italia in connessione con il resto del paese e dell’Europa. In perdita, ché necessita del contributo della Regione Calabria. Ma i servizi si danno anche in perdita. Magari introducendo forme di continuità territoriale per abbattere i costi per gli utenti. Affinché se il treno passa e qualcuno perde un amico finalmente qualcun altro ritrovi la donna, come cantava il crotonese Rino Gaetano.

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