Nelle scorse settimane, sia dai vertici diplomatici Taliban a Doha che dall’inviato di pace americano in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, arrivavano indicazioni riguardanti un’imminente chiusura dell’accordo di pace tra i guerriglieri col turbante e gli Stati Uniti. Una stretta di mano “in linea di principio” c’era già stata, in attesa della definitiva approvazione del presidente Usa, e avrebbe dovuto dare il via alla seconda fase del processo di pacificazione nel Paese, quello più complicato tra il governo di Kabul, gli stessi Taliban e le varie realtà etniche e di potere nello Stato dell’Asia centrale. Ma nella nottata tra sabato e domenica, ora italiana, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha fermato tutto: “All’insaputa di quasi tutti, i principali leader talebani e, separatamente, il presidente dell’Afghanistan domenica si sarebbero incontrati segretamente con me a Camp David – ha scritto l’inquilino della Casa Bianca su Twitter – Stasera erano attesi negli Stati Uniti. Ho immediatamente cancellato l’incontro e ho sospeso i negoziati di pace“.

Il motivo dietro alla decisione è la morte di Elis A. Barreto Ortiz, sergente di prima classe americano originario di Porto Rico, che il 5 settembre ha perso la vita in uno degli attentati che quasi quotidianamente il gruppo fondato da mullah Omar e mullah Baradar compiono nella capitale afghana. Si tratta del quarto soldato Usa a perdere la vita in sole due settimane. “Sfortunatamente, al fine di costruire una falsa arma di pressione, hanno compiuto un attacco a Kabul che ha ucciso uno dei nostri soldati migliori e altre 11 persone – spiega il presidente Usa – Che tipo di gente ucciderebbe così tante persone per tentare di aumentare il proprio potere contrattuale? Così hanno solo peggiorato le cose! Se non riescono ad accordarsi su un cessate il fuoco durante questi importantissimi colloqui di pace e uccidono addirittura 12 persone innocenti, probabilmente non hanno il potere di negoziare comunque un accordo significativo. Quanti altri decenni sono disposti a combattere?”.

“Il presidente Trump ha preso la giusta decisione. Gli Stati Uniti non faranno alcun accordo con chi continua a seminare violenza”, ha detto il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, intervistato dalla Cnn. Poi ha dichiarato che si allontana, in questa situazione, il ritiro delle truppe dal Paese: “Gli Usa ridurranno le loro truppe solo se cambiano le condizioni di sicurezza”, ha concluso il segretario di Stato aggiungendo che per portare avanti i colloqui di pace è necessario che i Taliban mostrino un impegno concreto, visto che il presidente “non ha ancora deciso” se ritirare parte dei 14mila soldati Usa ancora presenti nel Paese.

Anche da parte Taliban, il linguaggio usato nei confronti degli Stati Uniti è cambiato drasticamente nel giro di 24 ore. Analizzando i tweet del loro portavoce politico a Doha, Suhail Shaheen, il 6 settembre si parla di “incontri positivi” tra le parti che avrebbero dovuto tenersi anche in “diversi Paesi”. Appena il giorno dopo, il dirigente Taliban torna a definire i soldati di Washington degli “invasori”, come nella narrazione tenuta dai guerriglieri in tutti questi 18 anni di guerra: “Ieri sera – si legge – gli invasori hanno attaccato, la base di Mohammad Nabi Khan, nel centro del centro di Oruzgan, Tarin Kowt, provocando l’incendio di tre negozi civili e di sei veicoli privati. Crimini contro l’umanità e il popolo afgano. C’è agitazione nel processo di pace in corso”.

E nel pomeriggio arriva la risposta diretta alla decisione di Trump: “Gli Stati Uniti pagheranno un prezzo – si legge in una nota pubblicata online dall’Emirato islamico dell’AfghanistanArriveranno molti terroristi, gli Usa perderanno credibilità e diverrà più visibile la loro posizione contro la pace”.

Il governo afghano di Ashraf Ghani ha addossato ai Taliban la piena responsabilità dello stop ai colloqui: “L’attuale ostacolo sulla strada del processo di pace si deve alla continua violenza e ai combattimenti opera dei Taliban”, si legge in una dichiarazione pubblicata dal palazzo presidenziale a Kabul.

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