Per il tribunale di Edimburgo Boris Johnson ha ragione. Per questo la corte scozzese ha rigettato un primo ricorso contro la decisione del premier britannico di sospendere i lavori del Parlamento per cinque settimane a partire dal prossimo 9 settembre. A presentarlo un deputato del Partito nazionale scozzese, Joanna Cherry,

Altri due ricorsi, però, sono ancora da esaminare, quello presentato dall’Irlanda del Nord e quello di Londra, appoggiato anche da John Major. L’ex primo ministro conservatore britannico si è unito alla causa già intentata davanti all’Alta Corte da Gina Miller, l’attivista che già nel 2016 era riuscita attraverso i tribunali ad imporre un passaggio in parlamento prima dell’attivazione dell’articolo 50 sulla Brexit.

Intanto l’opposizione laburista e liberale sta lavorando per togliere lo “scettro” del potere a Johnson, letteralmente correndo contro il tempo. Resta infatti neanche una settimana di tempo per sfiduciare il primo ministro ed evitare così la chiusura dell’emiciclo. Ad opporsi a quella che sembra essere una mossa anti-democratica che lascerebbe carta bianca al primo ministro per trattare con l’Unione europea senza interferenze, anche moltissimi cittadini. Oltre un milione e mezzo quelli che hanno firmato la petizione lanciata sul sito del Parlamento per dire “no” alla chiusura.

Dal canto suo Johnson ha il via libera della regina Elisabetta II. Sua maestà, infatti, ha consegnato al conservatore, i “pieni poteri” per andare a trattare i termini della Brexit, con il mandato di trovare una mediazione, ma senza escludere l’opzione ‘no deal‘, l’uscita senza accordo tanto temuta sia in patria che in Europa.

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