Il cinema come una nuova frontiera, una vera sfida a completamento dello sguardo di fumettista, narratore e musicista. E una Napoli notturna, metafisica e deserta. Ecco l’origine e il cuore pulsante di 5 è il numero perfetto dell’ “esordiente” Igort. Ispirata ovviamente all’omonima graphic novel che l’artista dal 2004 ha tentato di adattare per il grande schermo (“diversi registi si sono cimentati ma io ho sempre cambiato posizione”) fino alla decisione di metterci mano propria su convincente suggerimento di Toni Servillo, è un’opera cinematografica a tutti gli effetti, corollata e coronata da un linguaggio maturo e originale.

Chiamato a far da protagonista nei panni di Peppino Lo Cicero, l’attore campano ha amato la sceneggiatura fin dalla prima lettura, fornendo a Igor Tuveri (in arte Igort) “suggestioni e atmosfere” per una rappresentazione di Napoli diversa dai cliché “gomorristici”, benché profondamente dialogante con il genere noir che sta alla base del racconto. Di fatto, entrando nel film – fra i titoli concorrenti alle 16me Giornate degli Autori e già nelle sale da oggi, 29 agosto, per 01 Distribution – ciò che si esperisce è il contrappunto fra una tensione assassina e una struggente malinconia squisitamente umana. Di certo 5 è il numero perfetto è un crime/revenge movie, ma è anche una storia di amicizia e d’amore, un dramma esistenziale dai profili ancestrali, dal sentimento antico le cui regole – va ricordato – sono i codici della vecchia camorra, cancellati nella “nuova” creata dal boss Cutolo.

È vero che Lo Cicero, innamorato di un figliolo che vorrebbe migliore di sé per quanto sicario come è stato lui, al soldo di un boss, assomiglia a una tartaruga (anche il naso costruito in proestetica a Servillo lo fa pensare…) pronta a rientrare nel proprio guscio quando incapace di affrontare il mondo esterno, specie le relazioni. Egli è solo in questa metropoli decadente eppure fagocitante, livida ma sempre meravigliosa nei suoi “segni” analogici di un’epoca straordinaria come gli anni Settanta. E non basta la presenza dell’ex fiamma Rita (Valeria Golino) e del migliore amico Totò o’ Macellaio (Carlo Buccirosso) a lenire questa Sehnsucht nascosta nelle viscere dell’anima.

Suddiviso in 5 “capitoli”, il film si incastona nella memoria audio/visiva (interessante anche l’apparato musicale confezionato da D-Ross & Startuffo) per la sua essenzialità ancorché complessità formale resa evidente da scelte scenografico/cromatiche inconfondibili.

E parlando di virtuosa essenzialità non si può trascurare la presenza oggi in cartellone di Sole, l’opera prima del 36enne romano Carlo Sironi, fra i due titoli italiani concorrenti in Orizzonti. Strutturata su un soggetto “lineare” come la gestazione e la “gestione” di un neonato da parte di due adolescenti con l’implicazione della già deliberata adozione della creatura da parte dello zio di lui (l’adozione presso parenti è più rapida e semplice che non presso sconosciuti), il film sorprende per la capacità del suo autore (anche soggettista e sceneggiatore con Giulia Moriggi e Antonio Manca) di imbastire un racconto così coinvolgente e profondo adottando l’essenzialità nel migliore dei modi possibili: dialoghi portati al minimo con l’uso sapiente dei silenzi “eloquenti”, un punto di vista preciso e deciso, uso di inquadrature e movimenti di macchina mai accentuati ma anzi, mirati a sottolineare la delicatezza del tema trattato, quasi assenza di retorica laddove il soggetto poteva invitarne la presenza. Ma non solo, a suggellare la riuscita di questo piccolo-grande esordio in lungo è la scelta del cast, specie del giovane deb Claudio Segaluscio. Se è vero che Sironi ha già incassato premi internazionali per i tre cortometraggi precedenti a Sole, è indubbio che con questo lavoro si potrà imporre all’attenzione di critica e pubblico quale nuovo e interessante talento.

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