Un appalto da 300 milioni di euro ritenuto “non regolare” e una risoluzione che la maggioranza di centrodestra a trazione leghista in consiglio regionale del Veneto non voleva neppure votare. Di approvarla, poi, non se ne parla nemmeno, visto che avrebbe rimesso in discussione i criteri di assegnazione di un affare enorme, la ristorazione in tutti gli ospedali regionali, che è stato vinto da un solo gruppo, Serenissima Ristorazione. Infatti, come accaduto due settimane fa, tutti i consiglieri che appoggiano la giunta di Luca Zaia si sono alzati dai loro scranni, a Palazzo Ferro Fini, per far cadere il numero legale. E così la “risoluzione 115” ha ottenuto 9 inutili voti a favore (M5S, Pd, Liberi e Uguali), le astensioni sono state due, mentre tutti gli altri consiglieri hanno lasciato l’aula.

Eppure si trattava di poche parole, limpide e semplici, che non facevano altro che riprendere le affermazioni dei giudici del consiglio di Stato e di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione: “La Giunta regionale si impegni, nel solco di quanto deliberato dall’Anac, alla corretta riedizione della gara per l’affidamento del servizio di mensa ospedaliera a favore delle Ulss Venete”. In particolare, chiedeva alla giunta di rifare tutta la gara “in ossequio all’articolo 51 del codice dei contratti pubblici e dei principi comunitari di libera concorrenza, partecipazione, proporzionalità e non discriminazione”. Ma anche nel rispetto “dei principi costituzionali di efficacia, economicità, efficienza, imparzialità, pubblicità, trasparenza e giusto procedimento”.

“La politica deve rimanere fuori dalle gare e dagli appalti” aveva detto il 5 luglio il capogruppo leghista Nicola Finco, come se il consiglio regionale non si debba occupare di uno dei più grandi appalti mai assegnati con “gara a procedura aperta”. Concetto ribadito per la seconda volta dalla fuga dei consiglieri davanti al voto.

Rimasto a lungo sottotraccia, lo scandalo del maxi appalto da 300 milioni di euro per i pasti di pazienti e personale ospedaliero è deflagrato. Ma non è bastato a far recedere la maggioranza il precedente consiglio regionale straordinario che si era occupato della gara bandita due anni fa da Azienda Zero, con l’assegnazione di tutti i sei lotti al gruppo Serenissima Ristorazione dell’imprenditore vicentino Mario Putin. “In definitiva, la struttura della gara appare una scelta discrezionale viziata sotto il profilo funzionale in quanto manifestamente diretta ad attuare un notevole ed ingiustificato favore di uno dei concorrenti, in violazione delle regole della corretta concorrenza nel mercato delle imprese del settore”. Così avevano sentenziato alcuni mesi fa i giudici del Consiglio di Stato, annullando la procedura. Il motivo? I punteggi e le clausole che richiedevano l’utilizzo di cucine esterne e un sistema di preparazione basato sul raffreddamento dei cibi, ha di fatto portato a far vincere quel concorrente.

Un autentico bubbone amministrativo, un’ombra che attraversa le ultime amministrazioni regionali, se è vero che Serenissima ha vinto molti appalti già all’epoca in cui era governatore il forzista Giancarlo Galan e ha continuato a farlo con il leghista Luca Zaia. Si tratta di un’azienda importante, con 7 mila dipendenti, 50 milioni di pasti all’anno, un fatturato di 320 milioni di euro e una dozzina di società controllate. “La Regione avrebbe dovuto chiarire, chiedere scusa e tagliare col sistema Galan” è il commento di Jacopo Berti del M5S. “Per un anno non hanno risposto a una mia interrogazione, poi i giudici amministrativi d’appello hanno accolto le richieste della società Dussmann Service, arrivata seconda, che lamentava – come avevamo denunciato – l’illegittimità del capitolato speciale nella parte in cui si prevedeva l’obbligo del concorrente di avvalersi di uno o più centri di cottura esterni alle strutture delle Aziende sanitarie”. Il sistema di cucinare fuori e di raffreddare i cibi comporta che le cucine degli ospedali servano solo per la cosiddetta “rigenerazione dei cibi“. “Nell’istruttoria è emerso che il sistema di produzione utilizzato da Serenissima sarebbe stato più costoso mediamente di 1 euro in più a persona per giornata alimentare” conclude Berti, citando i giudici. “Forse crea qualche imbarazzo togliere l’appalto a Serenissima, già beneficiata di 12 milioni di euro di finanziamento pubblico per costruirsi il centro cottura, elargiti dall’allora amministrazione Galan“.

Il Consiglio di Stato ha spiegato: “L’unico centro di cottura esterno, non di proprietà delle Aziende Sanitarie che produce in ‘cook and chill’ (cucinare e raffreddare, ndr), è proprio il centro di Boara Pisani di proprietà della Serenissima Ristorazione”. E Anac ha a sua volta concluso: “L’intera struttura della gara risulta viziata sotto il profilo discrezionale e funzionale in quanto disposta in violazione del codice dei contratti pubblici e dei principi comunitari di libera concorrenza, partecipazione, proporzionalità e non discriminazione”. Sono le stesse parole della risoluzione che la maggioranza del consiglio regionale non ha voluto approvare. La motivazione data dall’assessore Manuela Lanzarin (gruppo Zaia Presidente) si riferiva al fatto che Azienda Zero apporrà dei correttivi alle gare, aumentando il numero dei lotti, inserendo nuovi criteri di valutazione delle offerte e diminuendo da 7 a 4 anni la durata dell’appalto. “Viste le procedure in corso, non è opportuno che il Consiglio si esprima”.

Tra le prescrizioni dell’appalto c’era la “disponibilità del centro di cottura al momento della stipula del contratto e del relativo avvio del servizio”. Un requisito che sembrava perfetto per il gruppo Putin. I giudici amministrativi hanno appurato che “moltissime Aziende sanitarie erano dotate di centri di cottura interni ed utilizzavano sia il sistema produttivo dei pasti fresco-caldo, sia il sistema cook and chill, sia quello misto; l’unico centro di cottura esterno non di proprietà delle Aziende sanitarie che produce il cook and chill è proprio il Centro di Boara Pisani di proprietà della Serenissima Ristorazione”. Un gruppo predestinato perché, annotava Anac, quel centro di cottura è frutto di “un affidamento in ‘project financing’ disposto dalla ex Ausl 16 di Padova”. Insomma, è stato pagato con soldi pubblici.

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