Proiettili di gomma e gas lacrimogeni contro la folla. È il settimo weekend consecutivo di manifestazioni e scontri a Hong Kong, dove migliaia di “ombrelli”, diventati ormai il simbolo della protesta, sono di nuovo scesi per le strade della città dopo aver trasformato una manifestazione contro il progetto di legge ormai sospeso sulle estradizioni in Cina in una vera e propria marcia antigovernativa che ha in Carrie Lam, Capo dell’esecutivo locale, la testa da far cadere per poter indire nuove elezioni.

La tensione è salita quando, chiusa la marcia di Civil Human Rights Front (430.000 le adesioni per gli organizzatori, 138.000 per la polizia), le proteste sono continuate circondando, secondo quanto riferito dai media locali, la sede di rappresentanza di Pechino, con lanci di uova e palloncini con inchiostro contro lo stendardo rosso della Repubblica Popolare Cinese al grido di “Hong Kong libera” e “Democrazia adesso”. Circa 4mila agenti in tenuta antisommossa, secondo quanto riferito da un reporter di Afp, equipaggiata con maschere antigas e scudi protettivi, ha fronteggiato la folla a suon di lacrimogeni e proiettili di gomma, riuscendo in parte a disperdere i manifestanti.

Ma a scagliarsi contro coloro che protestano per l’eccessiva vicinanza dell’esecutivo del Porto Profumato a Pechino sono stati anche gruppi non identificati di uomini a volto coperto, vestiti di bianco e armati di bastoni. Da quanto si vede dalle immagini trasmesse in diretta Facebook dalla testata locale Stand News, il gruppo di contromanifestanti carica una folla di antigovernativi a Yuen Long, quartiere nella zona nordovest della città, vicino al confine con la Cina. La reporter è fra le persone attaccate ed è stata sbattuta a terra e presa a calci diverse volte. Nelle immagini si vede almeno un uomo con il volto coperto di sangue.

Le proteste vanno avanti dal 9 giugno e, nonostante la contestata proposta di legge sulle estradizioni, il casus belli, sia stata ritirata, la folla non ha smesso di scendere in strada. Oggi, la contestazione è alimentata in particolare dalle sparizioni dei librai dissidenti, ricomparsi in detenzione in Cina, nonché dalle incarcerazioni di leader del movimento pro-democrazia. I dimostranti chiedono le dimissioni di Lam, che Pechino sostiene, un’indagine indipendente su presunte violenze della polizia e l’amnistia per le persone arrestate, oltre a nuove elezioni a suffragio universale per scegliere un nuovo capo del governo locale.

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