Una luna rossa si riflette su un disco volante bianco e immacolato, sullo sfondo l’ornato barocco della Certosa di San Martino. E’ l’installazione dell’iraniano Bizhan Bassiri, “Il Canto del Tempo”  accompagnato dal suo “Manifesto del pensiero magmatico”. “No, sono meteoriti”, ci corregge subito l’artista. Siamo all’anteprima di “Vesuvio quotidiano, Vesuvio Universale” (fino al 29 settembre), cento opere dal ‘500 ai nostri giorni, sembrano mosse da energia primordiale. Curatrice Anna Imponente, direttore del Polo Mussale della Campania, con Rita Pastorelli. Il Vesuvio, icona onnipresente, il vulcano più raffigurato al mondo, non smette mai di stupirci anche in questo percorso espositivo costruito sul confronto fra antico e contemporaneo.

Fa da padrone di casa il Vesuvius di Andy Warhol, opera emblema della pop art. Dà il benvenuto  insieme alla cartografia cinquecentesca del gesuita Athanasius Kircher, che si è “calato” nel gran cono del cratere per catturarne l’essenza. Lo descrive con i tutti i colori e sfumature della sua tavolozza Micco Spadaro nelle sue potenti eruzioni seicentesche. Diventa spettrale nell’installazione di Kiefer e nelle tele bruciacchiate di Burri. Ci riporta all’idea leopardiana di uno Sterminator Vesevo l’opera in carbone di Kounellis. Di effetto la cartolina dell’artista/fotografa Riccarda Rodinò di Miglione, in un gioco di specchi che fa del Vesuvio una grande bocca, pronta a baciare il golfo, accompagnata dall’installazione di art sound di Piero Mottola.

Al centro di una stanza tutta tappezzata rossa, che ricorda la lava del Vesuvio, spicca il busto argenteo di Sant’Emidio, protettore dei terremoti, proveniente dal tesoro di San Gennaro. La leggenda vuole che fu proprio il patrono a bloccare la colata di lava che stava per invadere la città. Era il marzo del 1944. E i devoti del santo devono aver fatto un buon lavoro perché fu l’ultima eruzione.  Il Vesuvio urlava nella notte, sputando sangue e fuoco. Dal giorno che vide l’ultima rovina di Ercolano e di Pompei, sepolte vive nella tomba di cenere e di lapilli, non s’era mai udita in cielo una così orrenda voce. Un gigantesco albero di fuoco sorgeva altissimo fuor dalla bocca del vulcano: era un’immensa, meravigliosa colonna di fumo e di fiamme, che affondava nel firmamento fino a toccare i pallidi astri, così lo descrive Curzio Malaparte nelle pagine del La Pelle.

Le ricorda Patrizia Boldoni, consigliere per i Beni Culturali del Presidente della Regione de Luca: “La mostra, nella sua peculiarità unisce la fragilità dell’uomo alla forza devastante del Vesuvio. Il Vesuvio è la cornice di Napoli, simbolo di potenza ma anche di rassicurazione”. Presenza incombente nella vita di tutti i napoletani, di quelli che abitano ai suoi piedi, in venerazione, fatalisti. Che ad allontanarsi dalla loro terra non ci pensano affatto. Come Antonio Onorato, fuoriclasse del jazz, che abita a Torre del Greco, alla pendici del Vesuvio, senza paure. Anzi sembra che i lapilli gli scorrano ancora nelle vene. E schizzano tra le sue note: “Tra i 500 vulcani attivi sulla Terra, il Vesuvio è uno di questi”.

E quando passeggia nella Valle del Gigante, coperta di sabbia e ceneri, attraversata da colate pietrificate di lava, attraverso spaccature della terra escono qua e là le fumarole emissioni di gas sulfureo. “ Che però si mescolano con l’odore delle ginestre in fiore…Certo se eruttasse un’altra volta, non è previsto un piano B”. Ma questa è un’altra storia…

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