Quest’estate, c’è un’alta probabilità che voi e la vostra spazzatura vi siate detti un addio imbarazzante: entrambi vi aspettavate di non rivedervi mai più e invece vi siete incontrati nuovamente poco dopo all’angolo della strada di casa. La crisi dei rifiuti sta colpendo fortemente Roma, ma la gestione dei rifiuti costituisce un problema per altre regioni meridionali, con discariche traboccanti di spazzatura e impianti di riciclaggio che rimandano indietro camion pieni di vetro.

In pochi giorni, oltre 30.000 persone hanno firmato una petizione per salvare Roma dall’emergenza rifiuti. Gli autori – ragazzi preoccupati per la situazione della Capitale e impegnati a difendere l’ambiente – hanno incentrato l’appello sulle ripercussioni sulla salute pubblica chiedendo soluzioni di governance ai decisori interessati.

E’ arrivato il momento di affrontare un intenso dibattito su come gestire al meglio i rifiuti in Italia. Nel peggiore dei casi, ci si chiederà se sia meglio costruire nuovi inceneritori o aumentare il numero delle discariche. I politici più ambiziosi, invece, parleranno di come smaltire il massiccio accumulo di materiali riciclabili e di come utilizzare i rifiuti per produrre riscaldamento ed energia.

Confondiamo ancora l’atto di “rimuovere i rifiuti” dalle strade con la loro effettiva gestione. Utilizziamo gli oggetti solo una volta, o per poco tempo, e ce ne liberiamo in fretta. Ma siamo sicuri di voler aderire a questo approccio, a questo consumismo che produce materiali che rimarranno per millenni nei luoghi in cui vengono sepolti?

Quando buttiamo “via” la spazzatura, ci aspettiamo di non vederla mai più. Ma quel “via” si trova sempre da qualche parte. E così, condanniamo materiali utili ma ineliminabili dalla natura ad infiltrarsi nelle falde acquifere, ad inquinare il mare o l’aria (quando vengono bruciati) o a infestare l’habitat di qualche creatura. Erano (ed eravamo) felici che i nostri rifiuti venissero esportati in Cina, che però adesso non li riceve più. Ora, invece di diminuire il flusso di spazzatura, siamo alla ricerca di altri possibili “beneficiari” dei nostri scarti.

Fortunatamente, ci sono in mezzo a noi dei cittadini visionari, come l’insegnante Debora Fabietti che insieme ad altri 737.737 cittadini chiede di eliminare le plastiche monouso. O strumenti come il Plastic Radar di Greenpeace, per segnalare e documentare la presenza di inquinamento da plastica identificando le aziende maggiormente responsabili. O ancora i Restarters, che vogliono garantire il diritto di riparabilità per gli oggetti.

La tutela dell’ambiente, inoltre, è emersa come priorità assoluta per i 9 milioni di utenti di Change.org in Italia, 1,3 milioni dei quali fanno parte del movimento per un Rinascimento Verde per il Paese sulla piattaforma.

Il governo dovrebbe fare la guerra all’industria della plastica, alle grandi aziende che continuano a produrre imballaggi inutili e non se ne assumono le responsabilità. Ad aggravare le cose, la scelta da parte dell’industria dei combustibili fossili di produrre più plastica per compensare la perdita di profitti che subirà quando dovrà davvero smettere di bruciare petrolio per via della crisi climatica. Insomma, è in corso una vera e propria cospirazione da parte di queste aziende che rende quasi impossibile ai consumatori non essere produttori massicci di rifiuti. L’unico modo per contrastare questo vile piano è usare la forza delle nostre voci e delle nostre azioni.

Noi consumatori possiamo ridurre la quantità di rifiuti che produciamo, ma dobbiamo anche spingere il governo e le aziende ad offrire scelte virtuose: agire in modo responsabile deve poter essere facile per tutti.

E tutti possiamo utilizzare la creatività per porre fine all’accumulo di rifiuti – condividendo di più, riparando di più e investendo sulla durata dei prodotti. Sostituire un articolo in plastica con un suo omologo monouso e compostabile potrà anche costituire una scelta migliore per la tutela dei mari, ma non arginerà la crisi dei rifiuti. Infatti, per realizzare questo oggetto si impiegheranno risorse e spazi altrimenti destinabili ad attività più utili.

La crisi in corso ci costringe a prendere atto degli eccessi della nostra collettività, esposti platealmente come biancheria sporca. Ma l’emergenza rappresenta anche un’occasione per fare pulizia tra le nostre abitudini, razionalizzando alla “Marie Kondo”. Se qualcuno ha qualche grande idea da condividere in questo senso, sa dove trovarci.

https://www.youtube.com/watch?v=UTGZ5g5b8dM&feature=youtu.be

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