“Fate saltare fuori i soldi subito, altrimenti finisce male, finisce che vi ammazziamo”. E ancora: “Datemi i soldi perché altrimenti chiamo gente pericolosa e vi potrebbero capitare cose non belle, cose davvero molto brutte”. Sono le minacce che correvano nelle chat di Whatsapp dei baby-bulli, contenute nell’ordinanza del gip del tribunale per i minorenni di Brescia, Francesca Caprioli, nell’ambito dell’inchiesta Cremona Dissing, e riportate dal quotidiano La Provincia di Cremona. Avvertimenti pseudo-mafiosi. Intimidazioni. Minacce.

L’ordinanza è quella che riguarda solo tre dei sette ragazzi arrestati per l'”elevatissimo rischio di recidiva” che facevano parte della gang che organizzava maxi-risse nelle vie e nelle piazze di Cremona. Sono studenti di 15, 16 e 17 anni, residenti a Cremona, accusati di tentata estorsione aggravata in concorso. Le intimidazioni sono rivolte ai ragazzi – che hanno subito continui ricatti – della prima superiore dell’istituto tecnico Torriani di Cremona. Siamo al 17 aprile e i carabinieri vengono contattati dalla preside, Roberta Mozzi, a sua volta avvertita da insegnanti e genitori. La dirigente racconta della richiesta di denaro da parte di un 15enne che lamenta il furto (che poi si scoprirà inventato) del portafogli contenente 80 euro. Il 15enne, su whatsapp, scrive: “Avete rubato alla persona sbagliata”. E ancora: “Ragazzi, se non saltano fuori i soldi siete nella merda”. 

Il giorno dopo in chat entra un 16enne: “Allora, non sono uno di molte parole: qualcuno di voi mi conosce bene e, quindi, domani gli 80 euro ci devono essere”. E non vuole scuse: “Non me ne fotte una merda delle vostre scuse: vi mettete d’accordo e domani portate gli 80 euro. Io domani vengo nella vostra classe e i soldi ci devono essere”. Quindi un ragazzo domanda: “Ma se domani uno di noi non porta i soldi, cosa gli succede? Così, solo per sapere”. La risposta fa venire i brividi: “Cose molto brutte. È meglio se portate i soldi se volete avere ancora i denti giusti. E attenti, che vi prendo ad uno ad uno e vi ammazzo di botte. E chi parla troppo, poi muore”.

Oltre alle minacce in chat, ci sono anche quelle dirette. La madre di una vittima racconta che il figlio, all’uscita da scuola, si è trovato circondato da cinque, sei ragazzi della baby gang. “Meglio che i soldi saltino fuori altrimenti qui finisce male”. “Emerge il chiaro intento – scrive il gip – di incutere paura mediante il ricorso a minacce sia implicite che esplicite, con riferimenti anche al possibile coinvolgimento di un gruppo noto per essere come una famiglia, o una gang dedita a prepotenze. Il tutto per costringere i compagni classe a dazioni di denaro non dovute”.

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