In Messico, nello stato del Chiapas, il bacino idrico di Nezahualcoyotl nasconde un’antica chiesa del XVI secolo, sommersa dal fiume Grijalva in seguito alla costruzione di una diga, nel 1966. In Bulgaria, nella regione di Kazanlak, il lago artificiale di Koprinka, realizzato a partire dal 1944, sigilla un’intera città antica, Seutopoli, fondata nel IV secolo a. C. Sul fondo del lago di Vagli, in Garfagnana, si trova il borgo di fabbri ferrai fondato nel XIII secolo, Fabbriche di Careggine, che venne sommerso quando fu costruita la diga, a partire dal 1947. Di casi simili, in giro per il mondo, ce ne sono non pochi. La costruzione delle dighe, quasi sempre, ha dei costi molto alti per il paesaggio e i suoi abitanti. La realizzazione di quelle infrastrutture spesso ridisegna i territori. Anzi li stravolge. Il rischio che accada proprio questo a Hasankeyf, città della Turchia lungo il corso del fiume Tigri, nella provincia di Batman, nel sud-est dell’Anatolia, è altissimo. Completata la maxi diga di Ilisu la città sarà sommersa dall’acqua insieme ad altri 199 villaggi della zona. Ottantamila persone, delle quali circa 3000 provenienti da Hasankeyf, costrette a lasciare le loro case per spostarsi in nuove città, come New Hasankeyf, oppure nei capoluoghi del sud est.

Il governo turco pagherà ad ognuno dei nuovi profughi una sorta di indennità. Nulla rispetto a quel ciascuno lascerà. Molto poco in ogni caso per ricostruirsi una nuova vita, altrove. Ma questo al governo turco poco interessa. In ballo c’è il completamento del faronico Southeastern Anatolia Project. Complessivamente ventidue dighe, con una capacità di 8 mila megawatt l’ora, e 19 impianti idroelettrici su Tigri ed Eufrate chiamati a irrigare 1,7 milioni di ettari di terre e a produrre 27 miliardi di kWh l’anno. Insomma uno tsunami che dopo essersi abbattuto su Siria ed Iraq si appresta ad interessare anche la Turchia.

Con stravolgimenti consistenti all’ecosistema, indiziati da siccità e desertificazioni. La diga di Ilisu, avviata nel 2006 e per la quale sono stati spesi oltre 1,3 miliardi euro, ha subito diversi rallentamenti causati dal ritiro di alcuni finanziatori internazionali, allertati dai possibili danni al patrimonio archeologico e naturalistico. Già, perché la produzione di 1200 megawatt di energia idroelettrica, che i fino a 10 miliardi di metri cubi di acqua dovrebbero assicurare, comporterà l’”annegamento” di diversi monumenti antichi. Per 5.500 grotte, 550 monumenti e tracce di 24 culture diverse non sembra esserci scampo. In compenso alcuni dei millenari monumenti sono stati portati via nei mesi scorsi. Come il mausoleo di Zeynel Bey, l’Hamam Artuklu Hamam e i resti della moschea di Kozlar.

Ma le operazioni di rimozione e ricollocamento sono state fortemente criticate da diversi archeologi. A cambiare la sorte dell’operazione non è servito lo stop decretato nel 2013 dalla Corte amministrativa di Ankara, per mancanza della valutazione dell’impatto ambientale. A poco è valsa anche la tenace opposizione di associazioni di cittadini e professionisti, comuni e comunità interessate dalla diga e unite dal 2006 nella campagna Keep Hasakeyf Alive. Petizioni, proteste, manifestazioni ed azioni legali, con l’intenzione di far conoscere oltre i confini nazionali lo scempio. L’avvio del riempimento del bacino che era previsto il 10 giugno, è stato rinviato. Ufficialmente a causa dell’eccessiva portata del fiume per le grandi piogge e la neve invernali. In realtà perché le proteste non si arrestano. “I costi ecologici e sociali superavano di gran lunga i benefici”, scrive Vandana Shiva, attivista ed ambientalista indiana, in Le guerre dell’acqua, riferendosi all’impatto delle dighe sul paesaggio e i suoi abitanti. Il problema è proprio questo, forse. Non voler capire che alcune operazioni sono molto più che scriteriate. Sono autolesionistiche.

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