“Questa mattina i nostri soci si sono recati nei campi di Canicattì per ultimare i lavori sui vigneti, e hanno visto che uno degli appezzamenti di circa 2 ettari coltivati a grano, era stato incendiato nella notte da ignoti, con una perdita di circa 50 quintali di grano che sarebbe diventata la nostra pasta. Come sempre l’attenzione dei carabinieri di Canicattì è importante, ed è stata aperta un’indagine per individuare la dinamica dei fatti e le responsabilità. Continuiamo nel nostro impegno quotidiano portando avanti i nostri valori e l’amore per la nostra terra”. Sono le parole scritte nei giorni scorsi sulla pagina facebook della cooperativa sociale Lavoro e non solo che da anni gestisce le terre confiscate alla mafia tra l’Alto Belice, il Corleonese e l’Agrigentino. Un chiaro segnale intimidatorio volto a terrorizzare i soci della cooperativa che ora lanciano un appello: “Chiunque voglia supportarci in questo, come in altri momenti, chiediamo di sostenere il nostro lavoro quotidiano acquistando i nostri prodotti. Sapere che i pochi pacchi di pasta che riusciremo a produrre finiranno sulle tavole di chi ci sostiene è la gratificazione migliore che possa arrivare”.

Il danno, intanto, subito è notevole: da quei 50mila quintali di grano andati in fumo si sarebbero confezionati seimila pacchi di pasta per un valore commerciale di circa 10mila euro. Un danno anche simbolico visto che nell’ultimo anno la cooperativa, nata in seno all’Arci con un progetto di inserimento lavorativo di persone con patologie psichiatriche, aveva dedicato la pasta alla memoria di Rita Borsellino, scomparsa il 15 agosto dello scorso anno. “Non è la prima volta – spiega Peppe Montemagno – che subiamo atti di questo tipo. Proprio a Canicattì ci avevano rubato un trattore dal magazzino. Lo scorso anno avevano incendiato in un terreno a Monreale, un terreno coltivato a legumi. Nel corso degli anni abbiamo dovuto fare i conti con atti di questo genere. Stavolta hanno colpito bruciando 50 quintali di grano che per noi ha un particolare valore perché parliamo di grano siciliano che ha un valore di mercato interessante. La resa non è uguale a quella del grano duro normale ma il prezzo a volte raggiunge anche il doppio. La cooperativa dallo scorso anno aveva deciso di fare un investimento su questo tipo di coltivazione”.

Nessuno comunque nella cooperativa sembra aver alcun timore: “Eravamo già nella fase della raccolta. Ora dovremo ripulire il terreno e prepararci per la prossima semina. Quando abbiamo deciso di far nascere questa cooperativa abbiamo fatto una scommessa; sappiamo che andiamo a rompere determinati meccanismi. A livello personale non abbiamo mai avuto minacce. E’ indispensabile la vicinanza di tante associazioni e di tante persone singole che ci stanno vicine”. Ad esprimere solidarietà alla cooperativa è stata per prima proprio l’Arci Sicilia che in una nota ha scritto: “Ci stringiamo attorno a una delle esperienze di cui siamo più orgogliosi e restiamo fiduciosi che le indagini dei Carabinieri di Canicattì facciano luce sulla dinamica dei fatti e le responsabilità, sicuri che la cooperativa saprà andare avanti nel proprio percorso di legalità e sviluppo nei terreni confiscati alla mafia”.

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