Chi entra nel Consiglio superiore della magistratura non deve avere ricoperto ruoli politici elettivi nei 5 anni precedenti. Insomma: mai più parlamentari che diventano membri laici del Csm. E’ la linea che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede vuole assumere per la riforma della legge elettorale per la composizione dell’organismo di autogoverno della magistratura. Per intendersi: se questa norma esistesse già ora, non sarebbero potuti entrare nel Csm gli ultimi 4 vicepresidenti: quello attuale (David Ermini, eletto da deputato Pd) e i suoi predecessori Giovanni Legnini (eletto da deputato Pd), Michele Vietti (eletto da deputato Udc) e Nicola Mancino (eletto da senatore della Margherita).

Quindi i membri laici che si candidano, professori e avvocati di nomina parlamentare, non possono arrivare direttamente da ruoli politici: è, tradotto, il “muro” tra politica e magistratura che Bonafede aveva annunciato nelle scorse settimane, quando Palazzo dei marescialli era finito nel caos per le riunioni notturne di 5 membri togati con i deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri. In questo caso il problema era opposto perché un ex magistrato membro del Csm, ex leader di una corrente, Cosimo Ferri, nel frattempo è stato sottosegretario alla Giustizia per 5 anni e dal marzo 2018 parlamentare per il Pd. E il ministro guardasigilli ha espresso l’intenzione di fermare anche le porte girevoli tra magistratura e politica: “Se un magistrato imbocca la strade della politica sappia che è a senso unico e non si torna indietro. Altro che porte girevoli! Dobbiamo innalzare un muro invalicabile con un intervento che dovrebbe riguardare il magistrato che entra in politica ed è eletto ma, con gradazione differente, anche il magistrato che solo candidandosi perde già la sua terzietà”.

Il ministro della Giustizia ha chiarito queste linee-guida rispondendo al question time, alla Camera, in particolare due interrogazioni sulle iniziative con le quali si intende reagire al “mercato delle nomine” tra politici e magistrati che sta emergendo dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia a carico del pm romano ed ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Una vicenda che, secondo il Guardasigilli, ha portato “ai minimi storici” la credibilità dell’intera magistratura.

Non si tratterà, ha spiegato, di una riforma “punitiva” ma volta invece a “rilanciare il prestigio” del Csm, “depurandolo dal rischio di degenerazioni del correntismo e da possibili condizionamenti delle politica”. Per questo non si interverrà solo sul sistema elettorale, che sarà affidato ad una norma ad hoc perchè è un tema su cui “il Parlamento deve avere totale centralità“. Si introdurranno anche limiti stringenti per tutti i componenti: se i laici non potranno più provenire da esperienze politiche elettive, i togati eletti dai magistrati non potranno utilizzare Palazzo dei marescialli come trampolino di lancio per successivi incarichi direttivi. Dovranno infatti aspettare almeno quattro anni dalla fine del mandato prima di presentare la propria candidatura per il vertice di una Procura o di un tribunale. E resta confermato il taglio dei compensi per tutti i consiglieri annunciato nei giorni scorsi.

Intanto il vicepresidente del Csm David Ermini ha deciso di astenersi dal procedimento disciplinare a carico di Palamara: non sarà lui a presiedere la camera di consiglio del 2 luglio in cui la Sezione disciplinare deve pronunciarsi sulla richiesta del Pg della Cassazione Riccardo Fuzio di sospendere in via cautelare il pm romano dalle funzioni e dallo stipendio. Sarà un’udienza a porte chiuse alla quale potranno partecipare soltanto Palamara e i suoi difensori.