In questi giorni sta succedendo qualcosa di importante nel nostro Paese: Pia Klemp, ex Capitana della Iuventa e della Sea Watch 3, e 9 membri del suo equipaggio, rischiano di essere condannati a 20 anni di carcere per aver salvato vite umane nel Mar Mediterraneo. In reazione a questi eventi, un altro difensore del mare, Sauro Pari, sta chiedendo all’opinione pubblica di mobilitarsi attraverso una petizione popolare online, la cui folla di 260mila sostenitori continua ad infoltirsi di ora in ora. L’autore dell’appello e i suoi firmatari non riescono a concepire che a soli 68 anni dall’approvazione della Convenzione Onu sullo status dei rifugiati si possano lasciare affogare delle persone in mare, e si rifiuta di diventare tacitamente complice di un disegno capace di trasformare il Mediterraneo in un cimitero.

Ma cosa è cambiato in questi 68 anni? Come sappiamo, il fenomeno delle migrazioni si è conquistato un ruolo da protagonista nella propaganda politica italiana. A questo tema sono appesi voti, percezioni e i valori stessi di un’intera società. Ma dietro i numeri, spesso ci dimentichiamo che ci sono delle persone in carne ed ossa. E non è mai male riportare all’attenzione alcuni fatti inoppugnabili che le riguardano.

La maggior parte dei rifugiati di tutto il mondo, ci tengo a ricordarlo, è ospitata da paesi a basso o medio reddito: Turchia, Pakistan, Uganda. Non da paesi europei – né tanto meno dall’Italia. Il più alto numero di rifugiati, invece, proviene dalla Siria: circa 6,7 milioni, secondo i più recenti dati dell’Unhcr. Se penso a quest’ultima cifra, poi, mi vengono i brividi. Sono persone che ho conosciuto direttamente. E le ho anche viste andare via, fuggire da casa propria rincorse dalla disperazione e dalla paura.

All’inizio delle dimostrazioni in Siria – lo ricordo ancora – non erano che cittadini determinati a lottare per la propria dignità. Io stessa, tra il 2011 e il 2013, ho dato supporto agli attivisti siriani che documentavano le violazioni dei diritti umani da parte del regime. Pensavamo tutti che riprendere in video delle manifestazioni pacifiche potesse tutelare coloro che stavano proteggendo i loro diritti fondamentali. I manifestanti correvano grandi rischi per filmare le dimostrazioni e portarle così alla luce dei media internazionali. Raccontavano a tutti le loro storie, quelle di studenti, architetti, muratori, infermieri, negozianti che si opponevano a un sistema corrotto e violento. Ma l’impiego di mezzi pacifici non si rivelò sufficiente. Il regime li uccise lo stesso, con o senza telecamere. Alcuni degli ufficiali dell’esercito decisero di disertare – fuggirono e divennero rifugiati dopo essersi rifiutati di assassinare gli inermi manifestanti.

Gli attivisti siriani si comportarono da manuale: manifestavano pacificamente ogni Venerdì (un po’ come succede oggi con Fridays for Future, tra l’altro) e fungevano da aggregatore di diverse religioni e gruppi etnici. Oggi, quasi tutti loro sono morti, scomparsi o sfollati. Il resto del mondo rimase immobile mentre venivano uccisi. Alcuni di loro morirono per semplice contrabbando di medicinali. Ognuno di loro poteva essere noi.

I miei amici scapparono in Libano, Germania, Turchia, il Regno Unito, Egitto, andando per strada o in aereo. Ricostruirono le loro vite dopo essersi curati le ferite.

Alcuni provarono la rotta via mare. Alcuni di questi non sopravvissero. Dopo tutte le esperienze a un soffio dalla morte sotto il regime di Assad, le bombe russe, Al Qaeda e l’Isis, furono uccisi dall’acqua gelida e da finti giubbotti di salvataggio.

Quando questi ricordi irrompono nel presente vedo che oggi, a Torino, c’è un rifugiato che ci chiede di “Restare Umani”. E’ l’ingegnere John Mpaliza, congolese d’origine, il “peace walking man” sfuggito alla violenza tanto tempo fa. Ha iniziato una lunga marcia per la pace attraversando l’Italia da Torino a Palermo, chiedendo di porre fine al crescente clima di odio che si respira in Occidente. Potete seguirlo e decidere di firmare questa petizione su Change.org. Faremmo bene, io credo, a sostenere persone come lui, che hanno vissuto la guerra sulla propria pelle e conoscono i rischi che possono derivare dalla disseminazione dell’odio.

Pia e i 9 membri del suo equipaggio sono oggi vittime di un clima di xenofobia alimentato dalla propaganda politica, che non tiene conto del diritto del mare o di quello internazionale. E mi viene da domandarmi: saranno persone come Pia o Sauro a evitare, come dice quest’ultimo, la “resa incondizionata dell’umanità in Europa”? O subiranno loro stessi quella forma di odio persecutore che spesso investe i rifugiati nel nostro Paese? Pia e Sauro saranno condannati o assolti – dalla società, prima che dalle sue leggi – per il loro pensiero e le loro azioni? Se fossero ritenuti colpevoli, io credo che l’unico reato a loro imputabile sarà stato quello di aver difeso il diritto alla vita e alla dignità di tutti noi, a un unico fine: quello di non farci annegare mai nell’indifferenza.

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