“Questo è un film che vi farà paura. Vi ho avvisato”. Il tweet è di Stephen King (per la cronaca: 30mila like). E francamente non capiamo se è un tweet sarcastico o sincero rispetto al remake di Pet Sematary, film in sala in Italia dal 9 maggio, diretto da Kevin Kolsch e Dennis Widmyer, produzione Paramount. Perché la versione 2019 che doppia quella genuina e camp diretta da Mary Lambert nel 1989, per l’ottavo titolo letterario del nostro (era il 1983), non sembra proprio essere qualcosa di trascendente.

Intanto il film negli Stati Uniti è uscito il 5 aprile scorso incassando già 53 milioni di dollari (budget ufficiale: 21 milioni). Poi, superando la diffidenza più o meno esibita di King per molte trasposizioni dei suoi romanzi, l’annosa e prolungata vexata quaestio su come si traducono i suoi scritti su grande schermo è sempre di attualità. Il racconto sul cimitero per cuccioli di bestiole domestiche costruito in antico territorio indiano, quello in cui se seppellisci il tuo cane, gatto, o perfino tua figlia/o morti, questi risorgono e tornano piuttosto arrabbiati e malintenzionati, è uno di quei libri che sta almeno in top 12 o 15 di King.

Ma qui Kolsch e Widmyer non sembrano avere del tutto a cuore gli appassionati e ipnotici intarsi narrativi del nostro, bensì di preferire i più immediati jump scare e gli elementari flashback con psicologie travagliate dei singoli. Buh! C’è un cadavere nella credenza. Buh! C’è un cadavere di fronte al letto. Pet Sematary 2019 non va molto oltre l’improvvisa e cadaverica comparsa di gattini, bambini e familiari risorti con una notevole brutta cera. Scarsa elaborazione drammaturgica rispetto al già visto e letto, assenza di una caratterizzazione del set, più alcuni imbarazzanti momenti di effetti speciali che sembrano ricordare quando Hitchcock usava smaccati chroma key in Intrigo Internazionale (ma erano gli anni ’50), Pet Sematary 2019 fa quasi passare inosservato il potenziale del testo d’origine se non fosse per un unico possibile pertugio: il cast. Jason Clarke che interpreta Louis, il medico del pronto soccorso che si trasferisce con la famiglia dalla grande metropoli al piccolo paese del Maine, ha quell’apparente fare sicuro da dottore che salva vite condito però da un’espressività arruffata e tentennante che convince parecchio. John Lithgow, una colonna soprattutto nei ruoli doppi e sinistri del cinema di De Palma, qui anziano vicino della famigliola di Louis (moglie e due figli più gatto Church), si mantiene come presenza ambigua di fondo per trattenere il fiato fino al disvelamento della sua identità grazie alla sua esperienza attoriale e non di certo per i telefonati twist nel chilometrico sottofinale del film.

Se poi volessimo anche solo evocare la dimensione sovrannaturale che il testo comunque conserva, il buio qui nel film si fa davvero molto pesto. Davvero, Pet Sematary sembra essere un qualunque titolo di quella trafila di horror patinati e piatti che oramai stanno esondando dai magazzini delle grandi major che non riescono più a pescare tra le produzioni indie un Jordan Peele (Get Out, Noi), o anche solo un Oren Peli (Paranormal activity). Ecco allora la riesumazione delle matrici kinghiane a fare da supporto e cassa. Non sempre però i romanzi di Stephen King hanno subito brutti trattamenti dal cinema, anzi Shining (1980) regia di Stanley Kubrick

Ci piace vincere facile, d’accordo. L’incredibile lavoro di Kubrick sul testo di King non è mai stato apprezzato dallo scrittore. Può capitare. Diverse e sostanziali le differenze con la trama del libro. King ne ha sempre dette di tutti i colori sul film interpretato da Jack Nicholson (il suo Jack non era così misogino, per dire). Una ragguardevole è questa: Shining di Kubrick “it’s like a big, beautiful Cadillac with no engine inside it”. Insomma, una bella e grande cadillac senza motore. Questione di punti di vista. A noi piacciono entrambe le “versioni”.