50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna. Phaim Bhuiyan è un 22enne romano, immigrato di seconda generazione, che sa fare il regista cinematografico meglio di centinaia di “colleghi” italiani da quattro generazioni. Nessuna polemica politica, ma tanto cinema divertente e spassoso. Così se melting pot deve essere, melting pot sia proprio come Bangla. Già perché il film diretto da Bhuiyan – in sala grazie a Fandango il 16 maggio –  è una di quelle poesie sognanti giovanili ad occhi aperti che incrocia serio e faceto, pulsioni e precetti, modernità e tradizione con un’invidiabile ed esuberante sintesi espressiva che batte decine di esordi accigliati e meditabondi del cinema italiano. La storia è semplice perché è una traccia di vita di chiunque. Un innamoramento folgorante, una roba ipnotica di pancia e di cuore che accade all’improvviso tra Phaim (interpretato dal regista e sceneggiatore del film) e Asia (Carlotta Antonelli, vista nella serie Suburra).

Lei, esteticamente alternativa, studia Statistica, papà chitarrista separato, mamma con nuova compagna. Lui abita a Torpignattara (quartiere composto da tre categorie: “stranieri, hypster e vecchi”) fa lo steward in un museo, suonicchia le percussioni in una band all Bangla, ma è costretto a vivere con fare bonario e inquieto all’interno delle regole della comunità musulmana a cui appartiene la sua famiglia: niente alcol e carne di maiale, ma soprattutto niente sesso prima del matrimonio, preferibilmente poi con ragazze delle stesse origini. Bangla inizia proprio da qui. Da quelle farfalle nello stomaco che cominciano a volteggiare senza preavviso. Il corteggiamento, soprattutto di lei, è buffo e allo stesso tempo intenso, sentito, riprodotto con grande veridicità. Ma le ritrosie di lui, altrettanto buffe ma parecchio castranti, rischiano di mandare tutto all’aria.

Tono scanzonato, irriverente e brillantemente critico rispetto alle origini geografiche e religiose del protagonista/regista, Bangla mostra con fare immediato e coerente lo scontro morbido e poeticamente risolvibile tra obblighi e desideri, tra ortodossia islamica e laicismo occidentale, in una società in fermento che va ricostruendosi su coordinate sociali e culturali nuove. Così come i due attori principali abitano il set come fosse casa loro, le scelte agili e dinamiche di regia di Bhuiyan possiedono una naturalezza che lascia stupefatti. Non c’è mai un’inquadratura che si ripete, o perlomeno anche quando in interni si è costretti al campo/controcampo classico se si arriva ad una ripetizione dello stesso punto macchina è tanto. La sintesi felice in montaggio (Roberto Di Tanna) ha poi dell’incredibile, quasi che Bhuiyan avesse in testa prima di girare già taglio e ritmo del film. Altro risultato importante, in mezzo ad una caratterizzazione dei comprimari che sa di consumata drammaturgia cinematografica, è la capacità di non prevedere la via facile della caricatura. Bhuiyan in voce narrante (per una volta piacevole e significante) descrive idiosincrasie dei singoli “bangla” di famiglia con un disincanto affettuoso e allo stesso tempo dissacrante. I dialoghi scoppiettano di battute, fulminanti freddure, sfottò sulla contemporaneità (“suono una specie di etnotrap” è da paura), rielaborazioni campanilistiche “italiane” (lui a pranzo dei genitori di lei porta i bigné, lei lo critica, e lui le dice “scusami sono un po’ terrone”), tanto che se un alieno calasse sulla Torpigna di Bangla non capirebbe il significato del termine “razzismo”. Meglio così. Di Bangla ci siamo innamorati. Anche perché a un certo punto sembra pure che ci sia il finale di Manhattan di Woody Allen. E come Bhuiyan ne abbia colto la struggente poeticità ancora non ce ne capacitiamo. Bravo lui e bravo tutto il cast tecnico/artistico del film. Postilla: il film ha avuto la sua prima nell’eccelso Festival di Rotterdam a gennaio 2019.

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