Il fascismo non tornerà. Resterà il trastullo di qualche smandrappato che fa il saluto romano tra qualche torcia, a Predappio o alla rotatoria di piazzale Loreto. Il fascismo non tornerà. Lo dice il più grande storico vivente del fascismo, Emilio Gentile, in un libro (Chi è fascista, Laterza) che si spera non finisca strumentalizzato nella lotta nel fango del Salone del Libro che ha trasformato le fondamenta della democrazia e della Repubblica – il ripudio del fascismo, la lezione eterna dell’antifascismo – in un quadrangolare estivo. Chi approfitta della libertà per dire bestialità (tra questi i difensori del fascismo), chi si ritiene tutore delle libertà qualsiasi siano (i voltairiani del Corriere Pierluigi Battista e Antonio Polito) e le due fazioni degli antifà: gli aventiniani che si rifiutano di stare accanto a uno stand che senza questo casino a quest’ora forse sarebbe stato lì sgonfio e sbertucciato (ma non c’è controprova) e gli interventisti che hanno voluto occupare i propri spazi per promuovere le idee antifà, che la storia (non il Salone del Libro) ha già decretato come vincenti, oltre settant’anni fa.

Il fascismo non tornerà e probabilmente quel tizio della Altaforte di cui si dimenticherà presto il nome lo sa. Non tornerà perché la libertà, cioè il bene più prezioso – anche se gli italiani spesso lo sbatacchiano trasformandolo in arbitrio -, è stata portata in dote, anzi estesa e blindata con la Costituzione, dalla lotta della Resistenza, cioè dalla battaglia contro il fascismo. La libertà è custodita in particolare dall’articolo 21 che permette a molti tipi rasati col giubbotto fuori moda di fare saluti romani ed esporre simboli fascisti e nazisti (simboli di distruzione e morte) senza che gli succeda niente: un po’ di tempo fa il tribunale di Milano ne ha assolti tre specificando che quei gesti non sono tali “da suggestionare concretamente le folle”. Sono stati salvati dalla Costituzione e presi per i fondelli dal tribunale.

Il fascismo non tornerà, dunque, perché la libertà in Italia è un bene conquistato dall’antifascismo e garantito a tutti i cittadini, anche ai fascisti o quelli che credono di esserlo oggi, nel 2019, tra lo sbigottimento degli altri. Qui il discorso si complica, come sempre accade quando si arriva in zona paradosso di Popper. La libertà è garantita per tutti, nei limiti del codice penale, ma i modi in cui viene utilizzata sono tutti uguali? Se qualcuno usa la libertà per pronunciare una scemenza, la libertà resta intatta, ma anche la scemenza resta una scemenza.

Per esempio l’autrice dell’autobiografia del ministro Matteo Salvini è così tanto libera da essere riuscita a paragonarsi ai deportati nei campi di concentramento nazisti per il fatto di essere stata contestata. Per esempio è tale la libertà del consigliere d’amministrazione della Rai, Giampaolo Rossi, seduto lì perché è “vicino” ai Fratelli d’Italia dopo che fu presidente di RaiNet per 8 anni nominato dalla Rai del secondo governo Berlusconi, da fargli dire che l’antifascismo “aveva senso quando esisteva il fascismo. Nel 2019 è una caricatura paradossale e un tentativo di fermare il senso della Storia di un Paese che, prima o poi, dovrà fare i conti con la propria memoria”. Lo ha detto in un’intervista a Primato Nazionale, giornale diretto dal responsabile cultura di CasaPound, l’organizzazione neofascista celebre per godere della libertà di occupare abusivamente palazzi del ministero dell’Economia.

Nell’intervista Rossi denuncia anche “decenni” di “forme di intolleranza nei confronti delle realtà non allineate all’ideologia dominante: quello ai danni di Altaforte è solo l’ennesimo esempio. E’ un fenomeno che si ripete spesso in Occidente; agli intellettuali non conformisti, spesso, non è consentito di parlare nelle università, non possono trattare temi considerati scomodi”. Una denuncia di un certo peso visto che si tratta di un “intellettuale non conformista” così costretto nelle sue libertà che per 9 degli ultimi 15 anni ha fatto il dirigente della Rai (l’azienda culturale più importante del Paese), retribuito grazie alle tasse dei cittadini-contribuenti-elettori che per una fortunata proprietà transitiva hanno permesso a Rossi di essere consigliere d’amministrazione della televisione pubblica in “quota sovranismo”.

Non è dato sapere se quella che chiama “ideologia dominante” sia quella che fonda la Costituzione sulla sconfitta dei disvalori del fascismo né se i “temi scomodi” siano quelli che il fascismo dopotutto (dopo le leggi razziali, dopo gli oppositori politici ammazzati, dopo l’annientamento delle libertà: le solite patacche a buon mercato che ritroviamo anche nella biblioteca online di Altaforte). Di sicuro, invece, quello che Rossi – con la sua lunga esperienza da intellettuale scomodo – potrebbe cominciare ad accettare è che i “conti con la memoria” che ancora restano da fare saranno saldati quando anche la destra riconoscerà il 25 aprile come giorno della rinascita dello Stato liberale e democratico e che per moltissimi (non solo di sinistra) l’antifascismo è ancora oggi una lezione da mandare a memoria per la difesa delle libertà e per il rifiuto della privazione dei diritti fondamentali.

Ma proprio grazie a queste garanzie l’espediente di una buona parte della destra patriottica – ormai un po’ stantio, ma ora ringalluzzito sull’onda del periodico entusiasmo nazionalista – è scambiare la libertà con la possibilità di dire qualunque cosa senza che nessuno gliene renda conto. E far passare per martire della libertà e anticonformista chi dice bestialità. E però: chi decide cos’è bestialità e cosa no?, chiederanno gli iperliberali. Un comitato scientifico? La maggioranza parlamentare? Un tribunale del popolo? Chi decide? E’ certo che nel caso del fascismo e dell’antifascismo, preso in esame dal consigliere Rossi, nel caso della nascita della democrazia, nel caso della Costituzione e dei diritti che garantisce per tutti, lo decide la vita di ciascuno tutti i giorni, lo decide – verrebbe da dire – ciò che si può vedere affacciandosi alla finestra, lo decide cioè quello che è oggi l’Italia rispetto a ottant’anni fa. Lo decide la storia: se si vuole, non quella del Ventennio, né quella dei due anni di guerra civile, ma quella dei 74 anni venuti dopo, quelli senza il regime del fascismo. Con una montagna alta così di problemi irrisolti e difetti atavici, ma questi 74 anni sono il più grande fact-checking di qualsiasi bufala sulla grandeur pettoruta del Duce poi finita in tragedia un po’ grottesca, purtroppo non per lui solo ma per tutta l’Italia.

Su questi temi che Rossi definirebbe forse “comodi” e che per quanto se ne sa sono le fondamenta dello Stato, la prova dei fatti è rinnovata ogni giorno. Su questi temi ognuno è libero di dire una scemenza, ma gli altri sono liberi di urlargli che è una scemenza senza che quello si senta Giordano Bruno sul rogo. Sul fascismo e sull’antifascismo, insomma, la libertà di dire scemenze è di molto ridotta, l’anticonformismo dura il tempo di un’idea, il pluralismo sulla sciagura del Ventennio finisce dove iniziano le prime parole della Costituzione.

Il problema di questi tempi è che – cercando cercando – al consigliere Rossi ha risposto solo il sindacato interno della Rai. Nessun partito gli ha ricordato chi l’ha messo lì a dannarsi contro il cielo per le sue libertà così ridotte. Nessun partito di quelli che l’hanno messo in quel cda. Aspettarsi un intervento della Lega è illusorio, ma salvo colpi di scena risulta non pervenuto neppure il ritrovato spirito antifascista del Movimento Cinque Stelle (tardivo ma benedetto, sperabilmente non primavera/estate). Il sottosegretario Stefano Buffagni e il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, per esempio, erano stati rapidissimi venerdì quando si era trattato di commentare un retroscena secondo il quale Nunzia De Girolamo sarebbe tra i candidati alla conduzione di Linea Verde Estate. E Buffagni a Milano e Di Maio a Roma hanno partecipato alle iniziative della festa della Liberazione. Resta da capire se avevano urgenza di dire la loro solo su un programma che si occupa di agricoltura o se quando promettevano la Rai del cambiamento intendevano questo, di cambiamento.

 

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