La vicenda della casa editrice Altaforte esclusa dal Salone del Libro di Torino 2019 ha riportato l’attenzione sulla libertà di espressione e libertà di stampa. La nostra Costituzione garantisce la libertà di esprimersi con ogni forma o mezzo, escludendo ogni forma di censura. Proprio i nostri padri Costituenti hanno voluto garantire la libertà di espressione, difendendola quale fondamento della democrazia, anche a costo del pericolo di diffamazione o di espressione di pensieri estremi. Rileggendo l’articolo 21 riconosciamo l’importanza del libero pensiero; altresì ci stiamo rendendo conto che questa “estrema libertà” potrebbe portare a estremismi pericolosi e preoccupanti, soprattutto qualora non vengano controllati. Oggi la frase di Evelyn Hall nella biografia su Voltaire, “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”, che racchiude l’essenza della democrazia, andrebbe riletta e contestualizzata all’attuale triste momento storico.

La libertà di manifestare il proprio pensiero è alla radice della nostra democrazia e ne costituisce un motore irrinunciabile. Benché sia formalmente riconosciuta nei sistemi costituzionali di quasi tutti i Paesi del mondo, nella realtà dei fatti, in molti Stati teocratici, dittatoriali e accentratori la libertà d’espressione è tutt’oggi un’utopia. Sarà forse che per tanti anni ho vissuto in Paesi in cui è negata la libertà di espressione, come l’Iran e la Cina, che per me la questione del Salone del Libro assume un interesse particolare. Uno degli studiosi più importanti del pensiero liberale, Alex de Tocqueville, sosteneva che “la democrazia è il potere di un ‘popolo informato’”. Di conseguenza la libera informazione è un pilastro della democrazia, insieme alla comunicazione, ma al contempo reca con sé una altrettanto fondamentale responsabilità. Tale responsabilità è nelle mani degli operatori, siano essi giornalisti, opinion leader o scrittori. Ancorati all’etnocentrismo fai-da-te e convinti che, in quanto liberi, possiamo fare ed esprimere qualunque opinione sia elaborata dalle nostri menti, crediamo di aver acquisito anche il diritto di raccontare tutto ciò che vogliamo.

Mi sembra che la questione sollevata dal Salone del Libro stia creando molta confusione, soprattutto permettendo ad alcuni di asserire che sia stata messa in discussione la “censura” dell’informazione. Non è così, qui nessuno vuole togliere la libertà di espressione ad alcuno; ma è stata solo esclusa una casa editrice guidata da chi si è pubblicamente dichiarato fascista e che a mio avviso non ha più a che vedere con la libertà di espressione, ma col Codice Penale, legge n.645/1952. Forse il giovane popolo italiano ha dimenticato cosa sia stato il fascismo in Italia e sarebbe forse il caso di fare un ripasso storico.

Non possiamo pensare che in nome della libertà di pensiero siano veicolate ideologie che in passato hanno portato allo sterminio dei popoli. Ideologie contrarie a quei valori universali imprescindibili come la pace, il rispetto e la libertà. Ogni tipo di estremismo dovrebbe essere combattuto e condannato nel momento in cui sfocia nella prepotenza e nella prevaricazione dell’altro e delle sue idee. Se la libertà di espressione è un diritto di tutti, allo stesso tempo ci deve essere anche il dovere da parte dello Stato di vigilare, di imporre dei “limiti” alla libertà di stampa qualora questa vada a ledere i nostri principi costituzionali.

Sull’importanza di quanto sia importante focalizzare l’attenzione sul linguaggio e sull’utilizzo delle parole, sarebbe il caso di leggere attentamente la Carta di Assisi siglata e sottoscritta dai rappresentanti delle tre religioni monoteiste qualche giorno fa, nella sede della Fnsi. Una sorta di giuramento di Ippocrate, come lo ha definito qualcuno, un decalogo deontologico in 10 punti: il primo manifesto internazionale contro i muri mediatici, una guida per il giornalismo, il mondo dell’informazione e non solo, che vuole una stampa attenta e coscienziosa, volta alla costruzione di ponti e di pace.

Possiamo già anticipare che la polemica sul Salone del Libro non si placherà nei prossimi giorni, poiché il Paese ospite del 2020 sarà l’Iran e sono già pronte battaglie per boicottare l’evento. L’Iran è uno di quei Paesi in cui non esiste la libertà di stampa, tantomeno la libertà individuale. Non sappiamo quali saranno i libri che verranno presentati il prossimo anno: dobbiamo attendere e vedere se si continuerà con il solito sistema dittatoriale in uso nel Paese o se questa volta vorranno tendere la mano anche ai giovani autori liberi di esprimersi contro la dittatura.

In questo bailamme di libri e di schieramenti una cosa è certa: Torino quest’anno ha sollevato tante riflessioni e malgrado abbia dato visibilità a chi non lo meritava, certamente ha risvegliato le coscienze e chiarito le idee ai tanti confusi. Non è stato censurato un libro, ma un “sistema” chiamato fascismo, che è l’antitesi del nostro concetto di democrazia. E’ stato giustamente stigmatizzato un periodo storico che ha segnato i tempi più bui del secolo scorso e che proprio della censura faceva uso per non ascoltare le voci di chi, a quel sistema dittatoriale basato sull’uso indiscriminato della violenza, della forza e della sopraffazione, voleva opporsi.