Ogni anno, a marzo, Eni ospita un evento durante il quale l’amministratore delegato Claudio Descalzi presenta il piano strategico dell’azienda. Quest’anno, durante la presentazione della strategia per il quadriennio 2019-2022, Descalzi ha spiegato che l’azienda continuerà a puntare sui combustibili fossili. Per quanto riguarda il petrolio, i piani di Eni interesseranno nuove regioni, come ad esempio il Medio Oriente (in particolare Emirati Arabi, Oman e Bahrain). Inoltre, per garantire che il piano di diversificazione geografica sia un successo, la spesa annuale per le perforazioni raggiungerà i 900 milioni di euro, con 40 nuovi pozzi perforati ogni anno. Di certo non una buona notizia, se si considera che continuare a bruciare combustibili fossili vuol dire accelerare lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico, alimentare i cambiamenti climatici e contribuire all’insorgere di conflitti armati.

Ormai non si possono più ignorare gli impatti dei combustibili fossili sul clima e proprio per questo – come già successo in Europa ad altri giganti quali Total e Shell – anche Eni ha annunciato nuove strategie che punterebbero a diminuire l’impatto del proprio core business sul clima del Pianeta. Il cane a sei zampe si è posto l’obiettivo “emissioni nette zero” entro il 2030, esclusivamente per quanto riguarda le attività di esplorazione ed estrazione di petrolio e gas: cioè una parte infinitesimale delle emissioni di gas a effetto serra che verranno prodotte dal petrolio e dal gas che Eni commercializza. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivo sarà dedicarsi a “grandi progetti forestali”.

Gli impegni presi da Eni non rappresentano però una soluzione reale. Innanzi tutto, il petrolio va lasciato dov’è: sottoterra. E lo stesso vale per gas e carbone. Estrarre e produrre petrolio ha inoltre un forte impatto sui territori e le popolazioni interessati da queste operazioni, come dimostrerebbero anche le notizie che arrivano in queste ultime ore dalla Basilicata.

Veniamo dunque ai “grandi progetti forestali” del cane a sei zampe. Nella presentazione di Descalzi si parla di “silvicoltura”, sul sito Eniday di “costruire una serie di grandi foreste” e un articolo del Financial Times titola che “Eni pianterà vaste foreste per ridurre le emissioni di gas serra”. Nello specifico, Eni vorrebbe piantare in Africa una foresta di 8,1 milioni di ettari, equivalenti a circa un quarto della superficie dell’Italia. Ma le specie che verranno piantate non vengono menzionate e questo ci preoccupa. Tanti alberi non fanno una foresta: ci auguriamo che questo progetto si traduca in riforestazione e non nella creazione di sterminate piantagioni industriali, come già accade con le palme da olio (per la produzione di olio di palma) e con l’albero della gomma (per la produzione di gomma).

La scommessa per proteggere il clima passa per le foreste: salvaguardare le foreste primarie e riforestare le aree degradate è fondamentale per evitare l’aumento delle temperature globali. Ma i progetti internazionali di riforestazione nascondono spesso un trucco che sta indebolendo la lotta per la salvaguardia del clima anziché supportarla. Un recente studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature ha rivelato che quasi la metà (45%) delle aree che i Paesi hanno promesso di destinare al rimboschimento diventeranno in realtà piantagioni di alberi a uso commerciale.

Un altro tema che non può essere ignorato è quello dell’accaparramento delle terre (land-grabbing) ai danni delle popolazioni locali. Sebbene la creazione di piantagioni venga sempre promossa come un’iniziativa economica di grande valore anche per le popolazioni locali, sono numerosi i conflitti e le violazioni dei diritti umani che ne conseguono. Inoltre, l’ampio utilizzo di prodotti fitosanitari (pesticidi, fertilizzanti) ha un forte impatto sulla salute dei lavoratori e delle comunità circostanti, soprattutto a causa dell’inquinamento delle acque. Per quanto invece riguarda la creazione di posti di lavoro, le piantagioni su larga scala generano lavoro soprattutto durante la semina e la raccolta, ma successivamente le opportunità occupazionali diminuiscono drasticamente anche a causa della crescente meccanizzazione di queste operazioni, lasciando più oneri che benefici.

Grazie alla loro ineguagliabile capacità di assorbire e immagazzinare carbonio, le foreste rappresentano una soluzione naturale di contrasto ai cambiamenti climatici. Secondo la Fao e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, le foreste catturano circa un terzo dell’anidride carbonica rilasciata ogni anno a causa della combustione di gas, petrolio e carbone. Se vogliamo evitare l’aumento delle temperature oltre il grado e mezzo, dobbiamo quindi esigere che ciò che resta delle foreste venga protetto, senza lasciare spazio a false soluzioni.

 

Riceviamo e pubblichiamo la replica dell’Ufficio stampa di Eni

L’impegno per l’ambiente non può prescindere da gas e riciclo dei rifiuti. Ed Eni si sta adoperando per questo

Gentile Redazione,

in merito all’articolo pubblicato sul sito del Fatto Quotidiano “Eni parla di combustibili fossili e riforestazione. Ma le sue promesse non convincono”, ci preme sottolineare come Eni non si stia avventurando in improbabili e dannosi progetti di forestazione con chissà quale occulto fine commerciale delle piantagioni poste in essere, ma stia al contrario lavorando con i Governi di alcuni Paesi e con società sviluppatrici per supportare le strategie nazionali legate ai programmi REDD + delle Nazioni Unite, focalizzati su azioni mirate a evitare la deforestazione e preservare la biodiversità, e che possono includere attività di riforestazione e afforestazione. Eni, in questo senso, ha già stabilito le prime partnership con società sviluppatrici per prendere parte ai progetti REDD+ in Paesi come Zambia, Mozambico, Zimbawe, Messico e Brasile e sta discutendo con i Governi di Congo, Indonesia, Mozambico e Ghana per lo sviluppo di nuove iniziative, sempre nell’ambito dei programmi REDD+.

L’impegno di Eni in questo contesto si inquadra in una strategia di decarbonizzazione ben più ampia che l’azienda sta portando avanti da anni, consapevole che la sfida che il settore energetico si trova di fronte è duplice: soddisfare i fabbisogni energetici di una popolazione in crescita, riducendo al contempo le emissioni immesse in atmosfera per evitare danni irreversibili all’ambiente.

A questo proposito, e in merito all’affermazione contenuta nell’articolo secondo la quale petrolio e gas andrebbero lasciati “sottoterra”, proporremmo ai vostri lettori alcuni spunti.

Da un lato c’è un limite di emissioni, il cosiddetto carbon budget, pari a 2.900 Gton, limite oltre il quale si rischia un innalzamento della temperatura terrestre oltre ai 2°C con conseguenti impatti ambientali, e di cui oggi abbiamo già esaurito circa il 70%; dall’altro lato la popolazione mondiale nei prossimi due decenni è destinata a crescere di circa 2 miliardi di persone, con un aumento concentrato prevalentemente in Africa e Asia, e la domanda energetica è prevista aumentare del 30% al 2040, principalmente guidata dai Paesi non-OECD.

Per poter rispondere a queste sfide nel breve termine la soluzione più efficace è quella di intervenire sul mix energetico. Questo non vuol dire fare leva sulle sole fonti rinnovabili, che oggi presentano ancora diversi limiti, fra cui l’intermittenza, il basso fattore di utilizzo, lo spazio disponibile per la loro installazione e il misfit geografico (limiti che hanno fatto sì che, per esempio, nonostante i grandi investimenti fatti per favorirne lo sviluppo, oggi eolico e solare, a livello mondiale, rappresentino solo il 2% del mix energetico). Ma vuol dire favorire l’utilizzo del gas, una fonte largamente disponibile e con un minor impatto ambientale rispetto al carbone. Carbone che oggi produce ancora circa il 45% delle emissioni di CO2 del settore energetico e il 72% delle emissioni da generazione elettrica. In assenza di un salto tecnologico, oggi non possiamo prescindere dal gas, il miglior partner delle rinnovabili nel percorso di transizione energetica.

Un tema strettamente interconnesso alle emissioni è poi quello dei rifiuti. Un’errata gestione dei rifiuti ha infatti importanti impatti, non solo in termini di inquinamento atmosferico, ma genera anche un problema di gestione del territorio.

Per porsi come parte attiva nel fondamentale percorso di transizione energetica che siamo chiamati a percorrere, Eni ha deciso di investire nella costruzione di un modello che punti all’efficienza, non solo industriale e economica ma anche ambientale. Un modello che, attraverso lo sviluppo di tecnologie innovative e la ricerca scientifica, favorisca il ricorso alle fonti più pulite, la minimizzazione degli sprechi e la valorizzazione dei rifiuti e dei materiali di scarto. Questo principio di efficienza è stato alla base della trasformazione di business, processi e prodotti che Eni ha portato avanti negli ultimi cinque anni, attraverso la quale abbiamo riconvertito e trasformato i nostri impianti e i nostri terreni dando continuità e valorizzando l’immenso patrimonio di asset e competenze che ha rappresentato la nostra forza in passato.

Come parte integrante della propria strategia, Eni ha definito un percorso di decarbonizzazione che quest’anno si è rafforzato con un nuovo target ancora più sfidante: raggiungere le zero emissioni nette dell’upstream entro il 2030. Questo target verrà raggiunto, da un lato, come introdotto in apertura, con progetti di conservazione delle foreste, dall’altro con importanti interventi mirati ad aumentare l’efficienza al fine di minimizzare le emissioni dirette di CO2 dell’upstream. Entro il 2025, Eni punta a ridurre di circa il 45% l’intensità emissiva delle sue attività upstream, ad annullare il flaring di processo e ridurre dell’80% le emissioni di metano. Altri elementi della strategia di Eni saranno la crescita delle fonti low carbon, con un aumento della quota di gas e biofuel nel nostro portafoglio; un aumento delle fonti a zero emissioni, come il solare, l’eolico e i sistemi ibridi; e un approccio circolare che massimizza l’uso dei rifiuti come feedstock, e che trasforma ed estende la vita utile degli asset.

Nel corso dei quattro anni del nuovo Piano strategico, Eni investirà oltre 950 milioni di euro, più altri 220 milioni in ricerca e sviluppo, per sviluppare soluzioni industriali circolari. E il percorso di Eni nell’ambio dell’economia circolare ha già raggiunto primati e risultati importanti. Per fare alcuni esempi, nel campo della raffinazione, oltre a essere la prima compagnia al mondo ad avere convertito una raffineria tradizionale in bioraffineria (Venezia e presto anche a Gela), Eni è impegnata nel recupero degli oli vegetali usati e di frittura per produrre green diesel a supporto della mobilità sostenibile e sta sviluppando soluzioni tecnologiche che consentono di generare olio microbico da rifiuti di biomassa lignocellulosica (per esempio la paglia di grano o quella del mais). Sempre nell’ottica di spingere la filiera dell’economia circolare, Eni ha poi sviluppato e brevettato la tecnologia waste to fuel, che consente di utilizzare la frazione organica dei rifiuti urbani per produrre energia, trasformandoli tramite un processo di liquefazione in un olio da utilizzare per produrre biocarburante avanzato da impiegare per il trasporto marittimo. Un circolo virtuoso che è stato avviato con un impianto pilota a Gela finalizzato alla realizzazione di un impianto su scala semi industriale a Ravenna e di impianti industriali presso altri siti italiani di Eni, tra i quali Porto Marghera.

Augurandoci che quanto descritto possa essere pubblicato e che possa essere di interesse dei vostri lettori, porgiamo cordiali saluti.

Risposta di Greenpeace

Prendiamo atto della replica di Eni al nostro blog ma rileviamo l’assenza di risposte concrete agli interrogativi che venivano posti. Eni afferma infatti di un suo impegno “per supportare le strategie nazionali legate ai programmi REDD+ delle Nazioni Unite” ma, a parte un elenco di Paesi coinvolti o possibilmente da coinvolgere, non troviamo altro. Non ci pare saggio accettare la partecipazione a tale programma, per altri versi variamente criticato, in particolare per i rischi sociali, oltre che ambientali.

Naturalmente, ci auguriamo che i progetti che Eni metterà in atto tengano in dovuta considerazione le comunità locali, tradizionali e indigene, spesso penalizzate dai programmi REDD+ (e dalle stesse società sviluppatrici) tanto da portare, in Paesi come il Brasile, alla creazione di proposte alternative quali la REDD+ Indígena Amazónico (RIA). Ci auguriamo inoltre che Eni escluda da questi programmi la creazione di piantagioni e monocolture, ad esempio di palma da olio per la produzione di biodiesel: in Italia, il 95% di questo carburante è a base di olio di palma, tutt’ora la materia prima principalmente utilizzata da Eni. Dal 2014 Eni parla di fonti alternative per la produzione di biodiesel e attendiamo di sapere al più presto quando esse sostituiranno l’olio di palma presente oggi nel suo carburante Eni Diesel+.

Quanto al resto, rileggiamo l’usuale elenco di impegni di Eni a favore del clima e di un mondo pulito (immaginiamo ciò comprenda anche le bonifiche di numerose aree industriali, comprese le raffinerie) ma non troviamo traccia di due passi fondamentali: da un lato, Eni è tra le aziende con le maggiori responsabilità per le emissioni di gas serra, essendo il suo core business estrarre petrolio e gas. E dunque Eni è una parte importante del problema climatico.

Di queste responsabilità, non troviamo nessuna traccia. Dall’altro, quel che leggiamo ci indica che Eni non ha ancora trovato una sua direzione, una visione, per un futuro decarbonizzato che riesca a sottrarci dalla trappola dell’iper-consumo di materie prime – con le fossili in primis – con il quale ci stiamo, letteralmente, mangiando il Pianeta. Produrre più gas, più olio di palma per i biocarburanti, più plastica (che siano o meno “bioplastiche” non fa molta differenza) per bottiglie, cannucce e piatti usa-e-getta, è il sintomo di un grave malessere. Non la cura.

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