“Lo avevo detto a tutti, in vari step, che i serbatoi B e D che stavano accanto ai serbatoi A e C, che già avevamo perso, dovevano essere nella stessa condizione e pertanto chiedevo cosa aspettassimo a ispezionarli. Era ovvio ad una persona di media intelligenza che la condizione dovesse essere la stessa”. È il 3 maggio 2018 quando Domenico Di Donato, ispettore di impianti per l’Istituto italiano di saldature, struttura altamente specializzata, si siede di fronte ai magistrati per essere ascoltato. Usa una parola considerata importante dagli inquirenti: “stillicidio” di idrocarburi.

Il testimone-chiave – E ricostruisce quanto ha visto con i suoi occhi e vissuto in prima persona ben sei anni prima nell’area stoccaggio del Centro oli di Viggiano, in Basilicata. Nel 2012 l’Eni si rivolge all’Istituto per ispezionare i serbatoi e interviene Di Donato. Che sei anni dopo ripercorre l’intervento sul posto, quanto aveva detto ai manager del Cane a sei zampe e che loro – ad avviso della procura di Potenza – avevano ignorato fino al 2017, quando dopo 4 mesi di perdite viene scoperto lo sversamento di 400 tonnellate di greggio nel sottosuolo della Val d’Agri, in grado di contaminare 35mila metri quadri di territorio compromettendo il reticolo idrografico della zona e arrivando a lambire il bacino del Pertusillo, fonte d’acqua per tutta la Puglia.

L’inchiesta per disastro ambientale – Ampi stralci della sua testimonianza sono contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Ida Iura che ha disposto gli arresti domiciliari per Enrico Trovato, ex responsabile del Centro oli e ora impegnato in Turkmenistan, nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale che coinvolge anche i suoi predecessori Ruggero Gheller e Andrea Palma, oltre ai membri del Comitato tecnico scientifico della Basilicata che aveva il compito di vigilare sul modus operandi di Eni, che rivendica di aver “agito tempestivamente”. Accuse gravissime, quelle del gip, che parla di una “precisa strategia” aziendale orchestrata per “motivi economici” a discapito di tutela di ambiente e salute, “sacrificati” di fronte all’unico “faro” che guidava le “scellerate scelte” dei manager locali, “condivisa dai vertici di Milano”, sui quali ora sono puntati gli accertamenti dei pm Laura Triassi e Veronica Calcagno.

“C’era una fontana di greggio che usciva” – Ad avvalorare la tesi della procura – oltre ai memoriali del manager suicida Gianluca Griffa, che venne “isolato” – ci sono “indubbiamente” le parole di Di Donato, scrive il gip, ritenendolo “altamente qualificato per il ruolo ricoperto” e “l’intervento sul campo”. Un testimone-chiave, insomma. “Al suo arrivo presso il Cova nel 2012, aveva rilevato che non esisteva un ufficio ispezione, in seguito costituito da lui e dipendenti Eni”, si legge nell’ordinanza. “Dagli operatori dell’Eni nel 2012 fu riscontrato sul fondo una perdita sul serbatoio A: usciva sul fondo acqua e olio, cioè petrolio, l’ho constatato anche visivamente. C’era una fontana che usciva tra il fondo e il basamento”, mette a verbale l’ispettore specificando che Eni ha “provveduto a convogliare la perdita” nelle taniche. Nel 2013, invece, viene riscontrata una perdita nel serbatoio C. Solo allo partirono i lavori sul primo serbatoio, ma ricostruisce il gip, “non si era, però, proceduto alla realizzazione del doppiofondo, poiché con due soli serbatoi in esercizio la produzione sarebbe diminuita”.

Le ispezioni? “Solo quando impianti fermi per altre esigenze” – Non solo: le ispezioni in quei due serbatoi, specifica Di Donato, “sono state determinate solo dal fatto che c’è stata la perdita” perché “per quello che io ho potuto appurare la politica del Cova è di ispezione decennale perché per il Cova esiste solo la produzione”. Le ispezioni “si fanno solo quando per altre esigenze la linea o il serbatoio si ferma” mentre “dovrebbe essere il contrario, noi ispettori dovremmo dire quando e dove fare le ispezioni”. A quel punto sarebbe quindi stato opportuno chiedersi quali fossero le condizioni degli altri due serbatoi di stoccaggio del petrolio? Presentavano corrosione come gli altri? “Lo avevo già detto a tutti, in vari step, che i serbatoi B e D che stavano accanto ai serbatoi A e C, che già avevano perso, dovevano essere nella stessa condizione e pertanto chiedevo cosa aspettassimo ad ispezionarli. Era ovvio ad una persona di media intelligenza che la condizione dovesse essere la stessa”, dice agli investigatori l’ispettore. “A quel tempo – ricostruisce – c’era Palma (Operation manager di Eni, indagato), a lui avevamo presentato lo stato dei serbatoi. Ma non ho avuto alcun feedback. A quel tempo il petrolio costava anche tanto. Tutti i rapporti che noi facevamo arrivavano a Palma, che doveva firmare per fare i lavori, così per il serbatoio A ha firmato solo a marzo”.

“Uno stillicidio. Opinione condivisa dai colleghi Eni” – Parlando di una “sottovalutazione” a suo avviso della degradazione del 70% della superficie del serbatoio D, riscontrata già nel 2008, per Di Donato non è stata solo quella vasca all’origine dello sversamento delle 400 tonnellate di greggio, come sostenuto da Eni: “A mio avviso tutto quello che è stato trovato sotto, tutto il greggio recuperato, è il risultato di 7-8 anni di perdite. Questo lo dico in base all’ispezione visiva che io ho fatto, ai fori che ho visto. È uno stato uno stillicidio. I fori sul serbatoio D erano nelle parti periferiche, per le loro dimensioni la perdita non può provenire solo da lì alla luce del quantitativo di greggio perso ( …) Ritengo che questo greggio disperso non sia riconducibile solo al serbatoio D, questo greggio è stato perso negli anni anche dagli altri serbatoi”. Una considerazione personale? Non esattamente. Anche per la procura che parla di “inerzia” dell’azienda di fronte a “gravi problemi”, oltretutto “nascosti” alle autorità di controllo. Di Donato del resto è chiarissimo: “Questa opinione è condivisa dai colleghi Eni con cui ho parlato in modo confidenziale. Posso dirle – afferma davanti ai pm – che in base ai fori trovati nel serbatoio D, per le loro dimensioni, non è possibile che 400 tonnellate provengano tutte da lì. Del resto altrimenti non si capirebbe poi la fretta messa nel fare tutti i doppifondi. Io penso che lo sversamento sia in parte antecedente al 2012, cioè antecedente alla perdita rilevata nel serbatoio A e, che già sversavano da prima”.

Twitter: @andtundo

Riceviamo e pubblichiamo

Eni giudica assolutamente infondate le ipotesi di sversamenti di serbatoi del Centro Oli Val d’Agri diversi da quello individuato nel serbatoio D alla fine del 2016.

Gli episodi antecedenti a quella data e relativi ad altri serbatoi, che sono stati oggetto di opportuni interventi, non hanno avuto conseguenze significative e non possono essere collegati all’olio recuperato a partire dal 2017. In particolare:

1) sulla base dell’analisi e datazione dell’olio recuperato a seguito dello sversamento del febbraio 2017, la perdita risale entro e non prima del novembre 2016.

2) il calcolo dei volumi di olio sversato (e recuperato ad oggi per l’85%) è coerente con la perdita dal solo serbatoio D a partire dalla fine del 2016 (il serbatoio D era stato messo fuori servizio nel novembre 2016 al fine di installare il doppio fondo). I calcoli volumetrici e fluidodinamici sono basati sulle evidenze e i dati riscontrati dall’ispezione del serbatoio D (dimensione delle fessure, volume presente nel serbatoio, velocità del flusso ….) avvenuta dopo lo sversamento del 2017.

3) per quanto riguarda gli episodi segnalati del 2012: una volta riscontrata la perdita sul trincarino del serbatoio A (circonferenza alla base del serbatoio) lo stesso veniva messo fuori servizio e riparato completamente così come avvenuto nell’aprile del 2013 per il serbatoio C, che già allora veniva dotato anche di doppio fondo in modo da escludere qualsiasi potenziale perdita futura.

Eni Spa