Due titolari di canapa shop in carcere e un terzo indagato per spaccio. A Roma i negozi che vendono cannabis legale hanno attirato l’attenzione degli inquirenti: il loro sospetto, scrive il Messaggero, è che gli spacciatori di hashish si stiano nascondendo dietro a catene, marchi e produttori per vendere droga leggera tramite i circuiti legali. Al centro dell’attenzione dei poliziotti romani ci sono le resine, ottenute dal compattamento delle infiorescenze: nei negozi, si legge sul quotidiano romano, sono strati trovati panetti di hashish e macchine per il sottovuoto. Ma i due commercianti finiti nei guai credevano fosse tutto legale. La normativa in materia è confusa, tanto che la Corte di Cassazione a sezioni unite dovrà pronunciarsi il 31 maggio prossimo proprio sulla commerciabilità o meno delle infiorescenze.

Tutto nasce da una sentenza della Cassazione dello scorso febbraio che ha annullato il sequestro disposto dal Riesame di Macerata delle infiorescenze messe in commercio da un 28enne di Civitanova. La corte ha stabilito la liceità della vendita con una percentuale di thc inferiore allo 0,6%, ovvero la soglia che definisce la cannabis legale. Una decisione in contrasto con altre precedenti sentenze sempre per fatti avvenuti nel Maceratese, dove una serie di canapa shop erano stati sequestrati nel giugno scorso per sospetto spaccio. Da qui l’attesa di una pronuncia che dia un orientamento definitivo in materia.

Da un lato infatti, le sentenze precedenti avevano sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alle coltivazioni e ai prodotti previsti esplicitamente nella legge del 2016. La decisione del febbraio scorso va invece verso un’interpretazione più ampia, secondo cui la liceità delle infiorescenze è una conseguenza di quanto previsto dalla norma. Da ciò ne conseguirebbe anche che il prodotto ottenuto da tali coltivazione sia legale, ovviamente se non alterato in qualche modo.

Qui si ritorna alle resine trovate nei negozi romani: l’operazione da cui sono ricavate può, con alcuni accorgimenti, portare a un aumento della concentrazione di thc. I commercianti indagati hanno sostenuto di essere convinti di vendere “roba legale”, scrive il Messaggero. Il confine tra incomprensione della normativa e sfruttamento della zona grigia per spacciare con scontrino e fattura è sottile. E un altro fronte riguarda la potenziale tossicità di alcuni prodotti che pure hanno una concentrazione di thc consentita per legge: sempre il quotidiano romano racconta del sequestro di 400 confezioni di prodotti alimentari, biscotti, energizzanti, birre, tisane da un distributore automatico di canapa light. Il motivo? Nelle etichette non era indicato esattamente cosa c’è dentro il prodotto.

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