A Béal Feirste, Belfast in gaelico, ogni sera poco prima delle 7 un addetto della municipalità chiude il cancello stradale in Northumberland road per interrompere la circolazione tra la repubblicana Falls road e l’unionista Shankill road. Di fatto sigillando le due identità, i semi dell’odio mai sopito e la memoria dei morti e del sangue versato. Di giorno, attraverso quei cancelli passano soltanto veicoli. Nessuno a piedi, turisti a parte, osa varcare quella soglia. Siamo a West Belfast, la parte popolare e difficile della città. In un fazzoletto di territorio si scontrano visioni del mondo e sensibilità opposte. Due strade, due rette parallele, si sfiorano ma non si incontrano, prima di morire nel cuore del capoluogo nordirlandese.

Per una dozzina di ore, fino all’alba successiva, ogni giorno da ventun’anni a questa parte, dopo gli Accordi di Pace, quattro cancelli stradali bloccano il traffico tra le due zone. Questa vecchia abitudine non si è persa. All’altezza del gate in Northumberland street parte il Muro della Pace, o meglio ciò che ne resta: 800 metri di cemento e reticolato tra la cattolica Bombay street e la protestante Cupar Way, a dividere due pezzi della stessa città e a sigillare un accordo comunque fragile. Cattolici e protestanti si guardano in cagnesco all’angolo delle due strade, mostrando i muscoli e le opere d’arte che da queste parti hanno uno spiccato significato di propaganda identitaria: i murals. Soltanto a Belfast ce ne sono oltre 300, compreso quello su Falls road dedicato a Bobby Sands e agli Hunger strikers, i membri dell’Ira (Irish republican army) morti nel carcere di Long Kesh a Lisburn, a sud di Belfast, nel 1981 dopo mesi di sciopero della fame.

All’angolo tra Divis e Northumberland street c’è poi l’International Wall. Internazionale perché oltre alla causa repubblicana esalta personaggi e aree del mondo vicine alla sinistra mondiale, da Abdullah Ocalan a Fidel Castro all’Intifada palestinese. Passando di là si arriva nella parte orangista, che prende il nome da Guglielmo III d’Orange, re dell’Inghilterra dal 1689 al 1702, eroe per i protestanti nordirlandesi per la vittoria nella battaglia di Boyne del 1690 contro i cattolici di suo zio, Giacomo II, con la lunga Shankill road a fare da spina dorsale a un ampio quartiere. Per celebrare quella vittoria, ogni 11-12 luglio la parte protestante organizza incredibili falò in città, a volte con conseguenze drammatiche, e marce attraverso i quartieri ‘amici’.

La unionist city è divisa in due parti. Ad accompagnarci in questo viaggio tra due dimensioni opposte è il professor William Rolston. Dal 1981 ad oggi ha scattato oltre 4mila foto repertando tutti i murales della città, tra vecchi e nuovi, e pubblicato quattro libri sul tema: “Storicamente, due gruppi di paramilitari hanno rappresentato la falange militare dei protestanti dell’Ulster – racconta il professor Rolston -, quelli dell’Uda e dell’Uvf (Ulster Defence Association e Ulster Volunteer Force, ndr), in lotta per decenni con l’Ira e con l’esercito britannico a fare da terzo incomodo. La frattura tra i due gruppi ha provocato un’altra scissione e oggi i rapporti sono pessimi. Negli anni dei Troubles da queste parti l’inferno era quotidiano. Oggi il 90% dei murales che vede qui attorno, da ambo i lati, sono relativamente nuovi. Nel tempo sono stati modificati, ridisegnati e spostati altrove a causa dell’abbattimento di molti edifici o al deterioramento delle vernici. La maggior parte sono stati dipinti, ma soprattutto dalla parte protestante l’arte del disegno è stata sostituita da pannelli a blocchi tracciati al computer. Cancellarli? Nessuna delle due parti lo consentirebbe”.

Belfast negli ultimi vent’anni ha cambiato faccia, il suo sviluppo è andato crescendo verticalmente, con lo skyline costellato di palazzoni fino a venti piani, sedi di istituti bancari e alberghi di lusso. Il centro è ordinato, tecnologicamente avanzato, i trasporti funzionano e lo standard qualitativo si sta avvicinando a quelli di altre città britanniche, pur mantenendo prezzi e costi notevolmente inferiori. La vita scorre senza troppi sussulti. Dalla vivacità delle ore lavorative alla sera, specie nei fine settimana, quando i locali del centro si affollano e la Guinness scorre a fiumi. I tempi dell’inferno del Bloody Friday (il 21 luglio 1972, con 23 attentati dinamitardi che provocarono 9 vittime, la risposta dell’Ira alla strage del Bloody Sunday a Derry di sei mesi prima) e delle centinaia di episodi di violenza degli ultimi trent’anni del millennio precedente sono un lontano ricordo. A Belfast si è tornati a sparare di recente ma non si corre il rischio di saltare in aria, per ora. Belfast come Sarajevo, l’Ulster come la Bosnia, e un conflitto moderno per la conquista territoriale nel cuore dell’Europa spacciato come guerra di religione.

L’unica forma di divisione tangibile restano i murals. Chi ne auspica l’abbattimento fisico e morale è Sam White, ex paramilitare dell’Uvf, oggi a capo della ong Resolve: “Prima si cancellano le tracce di quel passato e prima sarà possibile avviare un concreto discorso di pace e di riconciliazione – afferma White – È necessaria un’azione decisa, altrimenti si rischia un ritorno al passato. Glorificare la guerra è un errore. Nella mia vita precedente ho conosciuto il dramma di un conflitto che oggi definisco assurdo. Personalmente ho combattuto, sono stato ferito, sono finito in carcere e non dimentico le bombe del Bloody Friday: avevo 14 anni e già facevo parte delle brigate paramilitari. Rinnego quel passato e oggi ho deciso di mettermi a disposizione di chi soffre ancora a causa di quel periodo, creando l’associazione Resolve nel 2014. Di fatto, il mio ruolo di ristorative practitioner contribuisce a mediare tra le comunità in affiancamento al processo di pace. La maggioranza non vuole cambiare, ma in entrambe le parti ci sono delle resistenze e io su quelle lavoro. Tutti mi conoscono, sanno delle mie origini, ho tanti amici tra i cattolici, mi rispettano e si fidano di me. Le vittime sono state da ambo le parti e il terzo incomodo, l’esercito britannico, ha fatto il resto”.

Il viaggio della macchina del tempo a Belfast si conclude al cimitero di Milltown, alla periferia sud-est della città. Durante gli anni dei troubles ha raccolto centinaia di cortei funebri, alcuni dei quali funestati da incidenti, scontri, disordini con la polizia e l’esercito britannico. Qui sono sepolti Bobby Sands e i ‘martiri’ del carcere di Mazetown (o Long Kesh), raccolti in una sorta di sacrario. E qui è sepolto anche Giuseppe (un errore all’anagrafe dell’epoca lo ha trasformato in Guiseppe) Conlon, sul grande schermo interpretato da Pete Postlethwaite in Nel nome del padre, il film che, forse, meglio racconta la drammaticità di quel conflitto.

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