Il più grande calciatore di tutti tempi non ha mai giocato una partita in vita sua. Carlos Henrique Raposo, detto Kaiser, è una leggenda metropolitana brasiliana che merita il Pallone d’Oro sulla fiducia. Altro che realismo magico. Kaiser è uscito dalla penna di Stefano Benni. Anche se i suoi inimitabili padrini spirituali fuori dal campo, quelli dell’olimpo delle balle, stazionano tra il Frank Abagnale di Prova a prendermi, il Gatsby di Fitzgerald e il Calboni di Fantozzi.  26 anni di “carriera” e mai un minuto giocato. Servizio ad honorem ma senza azioni da goal tra i “fenomeni parastatali” della Gialappa’s Band. Kaiser le quattro grandi squadre di Rio de Janeiro (Botafogo, Fluminense, Vasco De Gama, Flamengo) se l’è fatte tutte. Verbo fare inteso come fottere. Bonariamente, simpaticamente, scherzosamente.

L’imperatore fisicamente non era nemmeno male. Scatti, corsa, fiato. La tragedia si profilava appena gli arrivava palla. Al massimo un palleggio o due. Poi l’infortunio. Sempre. Comunque. Una smorfia di dolore. La zoppia. Una mano sul quadricipite, un’altra volta sulla caviglia, figuriamoci la schiena. Tanto trent’anni fa se un medico (presunto tale) diceva che eri infortunato si andava sulla fiducia. Così Kaiser non ha messo mai piede in campo. Mai. Vai su Wikipedia, oggi, e leggi zero goal, ovviamente, ma soprattutto zero presenze. Ovunque. Anche in quell’Ajaccio, in Corsica, che diventerà il suo tallone d’Achille. Allora perché i presidenti di decine di squadre gli rinnovavano il contratto? Beh, un po’ di suspense è meglio lasciarla. Perché a partire dal 16 aprile, e con l’oramai classica distribuzione mirata in singole sale con singole proiezioni, il docu-film Kaiser – Il più grande truffatore della storia del calcio potrà essere visto fino a fine mese in diverse città italiane grazie al volenteroso e intuitivo distributore italiano Mescalito.

Già perché il docu-film di Louis Myles, prima al Tribeca nel 2018, è un divertente e acuto ritratto sulle apparenze dallo sfondo calcistico pallonaro. Niente è come sembra nella vita di Carlos Henrique Raposo. E quando ti sembra di aver scoperto “la verità” c’è un nuovo colpo di scena che nemmeno Hitchcock. Kaiser in persona racconta con naturalezza le sue peripezie dentro, fuori e a bordo campo (la rissa coi tifosi del Bangu è qualcosa di così irresistibile che andrebbe aggiunto in coda ad Amici Miei). Poi ci sono i testimoni prestigiosi (Zico, Bebeto, Junior), le apparizioni in tv perfino alla Domenica Sportiva brasiliana (Mesa Redonda), gli amici di un tempo e di oggi, ma anche qualche collega delatore. Qualcuno che smonta il gioco, che dà fuoco alla leggenda. E allora tra orge furiose, leggendari abbracci con il “sosia” Renato, presidenti di calcio brasiliani che ricordano la ruspante dinamicità di un Costantino Rozzi o di un Romeo Anconetani, sequenze girate ad hoc con sfavillanti comparse dagli spogliatoi, dai night, dagli alberghi dei ritiri, dalle spiagge di Rio, il docu-film di Myles si trasforma in un racconto morale che sonda con rispetto la tragedia dell’esistenza, favola dolorosissima sulla fortuna improvvisa e la sfiga che ci vede benissimo pure lei. Kaiser da oggi è mito assoluto. Lui li ha fregati tutti. Ma era in missione per conto di dio. E tanto basta per illudere il mondo che fosse un campione di calcio. Senza aver mai sfiorato l’erba del campo in una partita ufficiale.

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