“Avevamo davvero bisogno di questo baule?”. Stanlio e Ollio sono tornati. E il biopic che gli hanno cucito addosso è un grazioso e crepuscolare omaggio. Poco più di un’ora e mezza a seguito della scalcagnata tournée teatrale del 1953 in Gran Bretagna per raccogliere fondi da utilizzare per un insperato nuovo film, dopo che da metà anni quaranta era uscito nelle sale soltanto il celebre, ma non proprio memorabile Atollo K (1951).

Giorno dopo giorno, palco dopo palco, i due riconquistano garbatamente e tenacemente quella popolarità che non era mai del tutto scemata. Ma è soprattutto il loro rapporto di amicizia, la loro alchimia comica che va oltre l’esibizione, a diventare matura e definitiva. Fino a quando, giunti in Irlanda i teatri torneranno a riempirsi, ma sarà Ollio/Ollie a dire addio alle scene per motivi di salute che solo tre anni dopo lo porteranno alla morte. Il regista scozzese Jon S. Baird compone un tranquillo menage a deux (variato a quattro quando ci sono le mogli al seguito) tra camere d’albergo, spostamenti in treno, gag infinitamente gentili e buffe. Per chi ha visto i film degli anni trenta sarà come un leggero e rassicurante balsamo per la memoria, per chi non ha mai conosciuto la coppia comica la visione forse sarà un pochino più ostica.

Gli sketch che hanno reso celebri Stanlio e Ollio ci sono tutti e hanno tutti quel rallentamento demodé e trotterellante che sanno di solido, semplice e antico. Compresa la sequenza del pianoforte che scivola giù per le scale e nel film diventa, appunto, un pesante baule. Steve Coogan/Stanlio è forse un tantino “quadrato” nella forma più che stretto e lungo come l’originale. Mentre John C. Reilly/Ollio è strepitosamente Oliver Hardy. Entrambi, comunque, non viaggiano sui binari della caricatura, ma escono dallo schermo, dal ricordo, dal cinema e diventano fragili e fallibili esseri umani. Dal 1 maggio in sala.

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