Cosa vuoi fare da grande? Ricordo che a questa domanda rispondevo, a seconda dell’età, con il mestiere che allora, di stagione in stagione, mi poteva affascinare di più. Passai dal riparatore di biciclette al calciatore. In mezzo altre occupazioni, anche le meno nobili, come il giornalista. Mai però mi è venuto in mente di rispondere “voglio fare il nazista”.

Già. C’è chi da grande si immagina di diventare come un nazista. Così lui e gli amici d’infanzia potranno riaprire Auschwitz e ficcare nei forni gli ebrei. È proprio quella parte – la possiamo chiamare programmatica? – della frase antisemita pronunciata dal piccolo bullo di Ferrara a farmi pensare. Quel bambino di 11 anni sembra avere le idee chiare. Crescere, arrivare alla capacità di agire, di decidere, di sottomere. Creare elementi di sterminio. E sterminare. Spero ovviamente di sbagliarmi e spero che lo studente di prima media colga da questa vicenda un insegnamento che lo aiuti a crescere. Ma, ripeto, quel “Quando saremo grandi” mi sconcerta più del “faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni…”.

Di frasi immonde come quelle ne ho purtroppo lette in passato. Mai mi è capitato di sentire un ragazzino immaginare tale futuro da carnefice per se stesso. E tutto questo a 11 anni. A Ferrara. Alla sua età, a Ferrara, c’era Giorgio Bassani (“io ero un ragazzetto allora, tra i dieci e i dodici anni” scriveva ne Il giardino dei Finzi-Contini) che iniziava a fare i conti con il regime fascista. A Ferrara chiunque passeggi per il centro non può non imbattersi nel muretto del Castello, quello che ricorda l’eccidio compiuto contro ebrei e antifascisti e che fornì la trama storica a “Una notte del ’43”, sempre di Bassani. Quella notte 11 persone vennero strappate alle loro case e fucilate. I corpi vennero lasciati in strada nei giorni seguenti, a monito futuro. Quella strada si chiamava corso Roma. Oggi è corso Martiri della Libertà. Temo che il piccolo bullo ne ignori il motivo.

A Ferrara all’ingresso del prestigioso liceo Ariosto campeggia una fila di 25 ulivi. Ricorda a chi sta per varcare quelle porte che all’inizio dell’anno scolastico 1938/39 vennero espulsi 24 studenti insieme al preside Emilio Teglio. Erano ebrei. Per sei ragazzi che fino all’anno prima sedevano su quei banchi rimasti vuoti si era avverata la profezia dell’odierno piccolo bullo. A Ferrara, dopo l’arrivo delle armate tedesche il 9 settembre del 1943, i rastrellamenti della polizia fascista riempirono i vagoni della morte di circa 150 persone. Tra loro anche un bimbo di tre anni (l’episodio è descritto da Giuseppe Mayda in Ebrei sotto Salò. La persecuzione antisemita 1943-1945, Feltrinelli, Milano 1978). La maggioranza di loro finì ad Auschwitz. Di quei 150 si salvarono in sette. Gli altri sono ricordati all’interno di due lapidi esposte sui muri della centralissima Sinagoga di via Mazzini, dove anche il piccolo bullo sarà passato centinaia di volte.

Per i piccoli bulli, di tutte le età (qui “piccolo” non ha necessariamente qualifica anagrafica), a Ferrara esiste il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, eretto in questa città perché storicamente ospita una delle più importanti comunità ebraiche d’Italia. E una delle più colpite, come insegna sempre Bassani. Ne I dialoghi, Pier Paolo Pasolini ricorda una passeggiata con Bassani, a Roma. Camminavano lungo il Foro Italico. L’occhio si pose sui cippi dove era scolpita in puro stile telegrafico-lapidario, la storia del fascismo. Dalla nascita alle imprese, dalle conquiste dell’impero alla battaglia del grano. Solo l’ultimo cippo era rimasto bianco. Pasolini immaginava dovesse ospitare la data di vittoria dell’ultima guerra. Bassani immaginò di scrivere su quel cippo immacolato, a lettere dorate, “1945, fine del fascismo, l’Italia è libera”. Come si sbagliava. In attesa che piccoli bulli crescano, quanti cippi bianchi da riempire ci aspettano?

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Minorenni di origine straniera: sono un milione (metà donne) e affrontano discriminazioni per la loro origine

prev
Articolo Successivo

Reddito di cittadinanza, sfottere chi lo richiede è roba da miserabili

next