di NadineLabaki. ConZainal-Rafeea, YordanosShiferaw. Libano/Francia/USA 2018. Durata: 123’. Voto: 2/5 (AMP)

Zain ha solo 12 anni ma possiede sapienza e maturità pari ad un adulto e, suo malgrado, superiore persino ai suoi stessi genitori, due miserabili che hanno messo al mondo una quantità di figli incapaci di accudire e crescere. Quando i suoi danno in sposa per denaro la sorellina di 11 anni a uno scellerato, Zain se ne va di casa, avventurandosi tra le macerie periferiche di una Beirut in rovina. E diviene lui stesso figura paterna quando si trova a badare a Yonas, piccolo di appena un anno che la madre etiope ha forzatamente abbandonato. I due bimbi si aggirano raminghi, affamati e senza cure nei bassifondi di una metropoli che li fagocita e riduce alla stregua di animali. Ma è il coraggio e la forza interiore di Zain a raggiungere una sorta di giustizia, laddove sembra che ogni diritto umano sia ferocemente annullato.

Film sugli ultimi nella catena umana del degrado, Cafarnao è il terzo lungometraggio di una regista chiaramente più a proprio agio con la scrittura e la direzione di commedie. Il dramma emergenziale qui raccontato, di chiaro stampo dickensiano e zavattiniano, si stacca infatti da stile e registri precedentemente adottati nel tentativo di alzare il livello drammaturgico in coerenza con la tragedia messa in scena. Il problema tuttavia è che nell’evidente urgenza di veicolare una denuncia necessaria e attualissima, Labaki perde di vista la compattezza del proprio lavoro a vantaggio di un’estetica volta all’ “esibizione” del problema – in tal caso di bimbi abbandonati e maltrattati a fronte di adulti inetti o criminali – rispetto a un preferibile rigore narrativo che non avrebbe comunque mutato il messaggio emergenziale del contenuto. Conseguenza di questa scelta linguistica è un effetto ricattatorio sullo spettatore che inevitabilmente non è più libero di giudicare il film per quello che è. Cafarnao è il classico esempio di quel cinema che racconta la storia giusta nel modo sbagliato.