“Solo la morte può impedire ad un attore di andare in scena”. È un Cyrano de Bergerac sfavillante, ribelle, totalizzante quello che  vedremo nelle sale italiane il 18 aprile in Cyrano mon amour. “In fin della licenza io tocco” sì. Il nasone invadente pure. Anche il balcone con sopra l’amata e sotto l’amante che ripete i versi del suggeritore nascosto. Ma in fondo il divertente e coinvolgente tourbillon diretto da Alexis Michalik, che il film se lo è anche ideato e scritto, è qualcosa che danza maturo come un can-can dell’anima e della ragione tra ironia e sentimento fino a coinvolgere tutti i principi, le tappe, i significati della creazione artistica. Siamo a Parigi nel 1895 e il giovane drammaturgo Edmond Rostand (Thomas Solivares) sta registrando l’ennesimo flop a teatro con la noiosissima prosa in versi de La Princesse Lointaine, anche se in scena c’è l’attrice Sarah Bernhardt. Mentre tutt’attorno il mondo corre veloce e cambia, e ci sono perfino i fratelli Lumiere che per un franco gli mostrano l’avvento del cinematografo, Rostand, marito fedele e due figli, non può che constatare una mancanza che va ogni oltre modernità: è privo di ispirazione. Eccolo due anni dopo al cospetto del grande attore Constant Coquelin (un Olivier Gourmet in ottima forma).

Un appuntamento che potrebbe rilanciare la sua carriera e quella di Coquelin che se non farà pienone a teatro con una commedia entro la fine dell’anno sarà costretto ad andarsene. Rostand farà due incontri che gli cambieranno la vita, e che modificheranno il corso della letteratura: il coltissimo proprietario di colore di un elegante bistrot (entrata in scena antirazzista più efficace di mille pistolotti politicamente corretti) che gli mostra un antico testo che tiene nascosto nella sua personale biblioteca; e una nuova e improvvisa fonte d’ispirazione: la costumista Jeanne. Signori e signore, allora, via alle danze. In Cyrano mon amour cominciano a intrecciarsi personaggi e sottotrame. Il classico scambio dell’amico di Rostand, aitante attore, innamorato della costumista, a cui Edmond “dona” il testo che poi diventerà il Cyrano in scena. Il delicato rapporto di Rostand con la moglie e quello compromissorio, subordinato e poi via via più sorprendente e trionfale con Coquelin. Ma soprattutto la preparazione dello spettacolo, un continuo brillante divenire di intuizioni, errori, impedimenti, e illuminanti soluzioni. E poi ci sono Anthon Cechov incontrato in un bordello, Georges Feydeau in una gag da pochade in un albergo, e la prima parigina, sala stracolma, colpi di scena a non finire tra cui 40 chiamate sul palco per gli applausi e oltre 20mila rappresentazioni del Cyrano nel secolo a venire. Casting sopraffino, production designer di qualità inestimabile e una verve registica che lascia felicemente stupiti, Cyrano mon amour (in originale Edmond) è uno di quei piccoli film che mettono buon umore e fanno far pace con il cinema anche al più riottoso spettatore da una volta all’anno in sala.

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