Se le nozze tra i giganti del credito tedeschi Commerzbank e Deutsche Bank non si dovessero più fare, potrebbe spuntare un nuovo pretendente: l’italiana UniCredit. Secondo il Financial Times, la banca italiana starebbe preparando un’offerta per acquisire Commerzbank. UniCredit “non commenta” l’ipotesi, ma l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier in una intervista a febbraio aveva smentito possibili fusioni con istituti di altri Paesi (i cosiddetti cross border mergers): “Non vedo fusioni cross border tra banche europee nel breve-medio termine. Parlo di una prospettiva di anni, non di mesi. Ostacoli regolamentari e difficoltà nel fare sinergie le rendono impraticabili. Per tutti, anche per UniCredit”. Mustier aveva ribadito che il piano strategico aziendale “Transform 2019” punterà per UniCredit alla crescita per vie interne.

L’identikit delle due possibili “spose”
UniCredit nel 2018, con poco meno 87mila dipendenti, ha realizzato il 49% dei propri ricavi in Italia e solo il 21% in Germania su una base di 26,4 milioni di clienti, con un utile netto consolidato di 3,89 miliardi. Commerzbank nello stesso periodo ha contato 18 milioni di clienti privati, oltre a più di 70.000 clienti aziendali, con un fatturato lordo di 8,6 miliardi, 968 milioni di utile netto consolidato e circa 49mila dipendenti. Proprio la Germania e l’Italia sono i due Paesi tra i maggiori dell’eurozona a segnare i valori più bassi di concentrazione bancaria. Su questa frontiera, dunque, potrebbero emergere le maggiori opportunità di una acquisizione internazionale che, rispetto a una aggregazione nello stesso Paese, ha il vantaggio di non aumentare la concentrazione né di ridurre la concorrenza nei rispettivi ambiti nazionali.

Secondo gli analisti ci sono molti ostacoli
Gli analisti finanziari però non vedono molte possibilità di realizzazione per un’aggregazione transfrontaliera tra UniCredit e Commerzbank. Diverse le criticità che emergerebbero, comprese quelle regolamentari sui requisiti patrimoniali imposti dalla Banca centrale europea, che non si ridurrebbero. Forse per ovviare a questi problemi, secondo il Financial Times, l’accordo proposto da UniCredit prevederebbe la fusione della sua controllata in Germania (HypoVereinsbank, la sesta banca tedesca) con Commerzbank, che resterebbe quotata. Una mossa che renderebbe l’operazione più attraente per gli azionisti di Commerzbank, tra cui il governo di Berlino, che non paiono molto attratti dalla prospettiva di una fusione, che comporterebbe l’assunzione di rischi sui 117,5 miliardi di titoli di Stato in bilancio a UniCredit a fine 2018.

Ma altri osservatori trovano parecchi punti di forza
Secondo altri osservatori, invece, la combinazione di UniCredit e Commerzbank avrebbe una propria logica. Nel settore del corporate banking sosterrebbe meglio l’integrazione tra le piccole e medie imprese di molte filiere produttive già interconnesse tra Italia e Germania, due Paesi altamente interdipendenti (l’interscambio commerciale reciproco nel 2018 è salito a 128,4 miliardi, in crescita del 5,4% su base annua). Consentirebbe a UniCredit di poter aumentare notevolmente la propria presenza nella Repubblica Federale, che nel 2018 pur in rallentamento ha visto il pil crescere su base annua dell’1,5% rispetto allo 0,9% italiano. Anche perché il rischio-Paese pesa molto nei bilanci delle banche: in media, nel 2017 l’86% dei prestiti alle imprese dell’eurozona era erogato da banche dello stesso Paese.

Da un decennio non vi sono grandi integrazioni transfrontaliere tra banche europee
Una possibile acquisizione di Commerzbank da parte di UniCredit rappresenterebbe però un unicum da molti anni nel settore bancario europeo. Nonostante l’introduzione della moneta unica europea nel 1999 e dell’Unione bancaria nel 2014, da un decennio non vi sono in Europa grandi integrazioni bancarie. Tra i casi di maggior rilievo figurano l’acquisizione di alcune banche dell’Est Europa da parte di Erste Bank in Austria nel 2005, della tedesca Hypovereinsbank (24 novembre 2005) in Germania da parte proprio di UniCredit, l’acquisizione di Abbey National nel Regno Unito da parte della banca spagnola Santander (26 luglio 2004) e l’acquisizione della banca olandese Abn Amro nel 2007 da parte di Fortis (Belgio), Royal Bank of Scotland e Banco Santander, che portò alla scissione di Abn Amro in tre parti. Da allora si è verificato un sostanziale declino nelle attività di fusioni e acquisizioni transfrontaliere nel settore bancario dell’eurozona. Tra il 2000 e il 2016 le fusioni e acquisizioni bancarie transfrontaliere nell’eurozona hanno avuto un valore compreso tra il 5% e il 19% annuo del totale delle integrazioni bancarie dello stesso periodo. Il valore complessivo di fusioni e acquisizioni è diminuito da una media di 51 miliardi di euro nel 2000-06 a meno di 5 miliardi di euro nel 2017. Di questo importo, le transazioni transfrontaliere nell’area dell’euro hanno rappresentato il 17% nel 2017 rispetto al 21% nel 2000-06. Una delle cause del fenomeno è la crisi finanziaria del 2007-2008, che ha indotto molte banche a concentrarsi sulle attività e sui mercati principali, con minore enfasi sull’espansione internazionale. Una politica sulla quale hanno pesato soprattutto le precise indicazioni ricevute dai rispettivi governi e delle autorità di controllo nazionali, in barba all’europeismo di facciata.

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