C’era il sole la prima volta che ho messo piede all’Alveare. Era il giorno dell’inaugurazione e l’emozione era davvero tanta per quel primo coworking con spazio baby della Capitale. Profumava di buono, di innovazione, di vento fresco del Nord Europa, dove la sperimentazione è partita tanti anni fa e oggi è consolidata. Un coworking per neo mamme e per neo genitori, con annessa area baby, sembrava una sfida da visionarie, soprattutto perché pensata a Centocelle, periferia est della Capitale. Voleva dire investire in un sogno che cinque anni fa ha preso forma grazie allo spirito imprenditoriale e all’idea di welfare urbano di tre ragazze: Serena, Daniela e Ilaria.

Fummo tra i primi a raccontarvi di quel sogno, ne seguimmo la nascita e la crescita, fatta di neo mamme sedute attorno a un tavolo, ognuna con la sua postazione di lavoro: i bambini, piccoli e piccolissimi, nella stanza accanto, appositamente allestita, appositamente curata, accuditi da educatrici di alto livello. Né troppo lontani, né troppo vicini. L’Alveare era questo: uno spazio che dava loro la possibilità di tornare a lavorare gradualmente dopo la maternità, in grado di coniugare in un unico luogo la comodità del working condiviso e l’utilità di un servizio educativo per bimbe e bimbi dai 4 mesi ai 3 anni.

Serena, Daniela e Ilaria avevano capito quello che tanti governi non aveva nemmeno sfiorato: essere donne non vuol dire per forza dover scegliere tra maternità e lavoro, tra lasciare un figlio troppo piccolo o restare confinate in case rinunciando a un pezzetto di noi. L’Alveare era il welfare che mancava, il sostegno alla genitorialità a tutto tondo, era buone pratiche ma soprattutto era comunità: quella costruita intorno alle famiglie e intorno al lavoro. Questa visione si è sposata perfettamente con la rigenerazione degli spazi pubblici di via Fontechiari, che da inutilizzati e in stato di abbandono da oltre tre anni si sono trasformati in un luogo curato, attivo e vissuto dal quartiere. Proprio per questo, al momento della presa in carico dei locali, sono state sostenute tutte le spese economiche necessarie al ripristino degli spazi e alla messa a norma degli impianti.

Eppure domenica 31 marzo, dopo cinque anni di attività, l’Alveare dovrà chiudere. Non chiuderà per difficoltà economiche, peraltro sempre superate; non per problemi organizzativi, sempre risolti; non perché il progetto non abbia riscosso successo, anzi. Chiude – spiegano le fondatrici – perché il Municipio V ha richiesto gli spazi di via Fontechiari 35, dove l’Alveare ha sede dal 2014. Il V municipio si è, infatti, dichiarato contrario all’assegnazione diretta e quindi vuole mettere a bando lo spazio, che nel frattempo era stata ristrutturata totalmente dalle assegnatarie. Gli spazi erano infatti stati concessi all’associazione di volontariato Città delle mamme nel 2014 per lo svolgimento del progetto, patrocinato da Comune e Municipio. La prima concessione, scaduta dopo 18 mesi, era stata prorogata dal municipio ‘fino a espletamento del bando’.

Il tutto è avvenuto nell’ottica di un accordo collaborativo fra le parti, in cui l’ente pubblico ha riconosciuto la validità del progetto e ha inteso sostenerlo attraverso la concessione degli spazi. Nel frattempo, all’associazione di volontariato, si è affiancata una cooperativa di produzione lavoro, interamente composta da donne, già socie dell’associazione, per la gestione del coworking.

Alla vigilia del Congresso oscurantista delle famiglie di Verona, mentre ci si riempie la bocca con la parola famiglia tradizionale e denatalità, mentre si promettono le terre a chi fa il terzo figlio e ci si appresta a restaurare “l’ordine naturale delle cose” confinando la donna/moglie/madre/puerpera dentro quattro mura, ecco cosa accade veramente in Italia: che uno spazio veramente a misura di famiglie deve chiudere.

Domenica 31 marzo dovranno andarsene, ma vogliono farlo in bellezza, con una giornata di festa e condivisione con tutte le meravigliose persone incontrate in questi anni. Alle ore 10 in via Fontechiari 35 ci sarà prima una tavola rotonda sul tema degli spazi pubblici e dei servizi al territorio e poi pranzo conviviale e musica. L’Alveare chiude, sì, ma a testa alta.

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