di Mirta Mattina, Antonella Sagone, Carmen Rizzelli e Alessandra Bortolotti*

Bisogna essere irremovibili nell’educare i neonati a dormire e non “accorrere al primo urlo”. “Bisogna farsi forza e sopportare qualche strillo”: “più le urla sono forti, minore è la possibilità che stia male”. “alla lunga il metodo ripaga, specialmente contro i risvegli notturni”. Queste sono alcune indicazioni contenute in un recente articolo de La Stampa. Suggerimenti infondati, che rischiano di sconfinare in ambito psicologico, alimentando false aspettative e la sensazione di essere inadeguati o avere un figlio “sbagliato”. La comunicazione per la promozione della salute, invece, deve veicolare informazioni scientificamente fondate utilizzando modalità non prescrittive, che favoriscano l’empowerment delle persone, nel rispetto dei loro bisogni, caratteristiche e scelte.

L’articolo è fonte di confusione. Nella prima parte, un neuroscienziato afferma correttamente che il sonno dei bambini è diverso da quello degli adulti e non può essere modificato e che sarebbe meglio per i genitori adattare i propri ritmi a quelli del piccolo. Nella seconda, diversamente, un pediatra afferma che è il bambino a dover sincronizzare i propri ritmi con l’ambiente e che tale processo richiederebbe un intervento attivo dei genitori (a cui sembra venga prescritto il compito di interferire, al fine di modificarla, con la fisiologia del sonno del bambino). Eppure il sonno non è un comportamento ma uno stato di coscienza che, nei bambini, ha caratteristiche proprie e si evolve secondo i suoi tempi. Del resto i metodi cosiddetti di “estinzione”, promossi con la garanzia di modellare il sonno del bambino, sono stati nel tempo molto ridimensionati dai loro stessi autori. Perché quello che spesso viene estinto con questi metodi di condizionamento è l’emissione del richiamo e non il bisogno di contatto, rassicurazione e accudimento, con il rischio di aumentare lo stress del bambino come ampiamente documentato dall’associazione dei pediatri australiani.

Esortare i genitori a evitare di addormentare il piccolo in braccio, condividere il sonno, effettuare poppate notturne trascura quanto l’insieme delle cure prossimali sia fonte di rassicurazione e garanzia di salute per genitori e bambini. Tali indicazioni, peraltro, sono in contrasto con quelle contenute nella guida per i professionisti della salute pubblicata dall’Unicef su Co-sleeping e Sids. L’intimità, che viene rappresentata come contaminazione e “sporcizia” (“costringere il bambino a sopportare il nostro alito e condividere le nostre lenzuola”), è in realtà una risorsa: il contatto pelle a pelle, la vicinanza, il latte materno, sono mezzi attraverso i quali il neonato condivide il microbioma familiare e modula il suo sistema psico-neuro-endocrino-immunitario; sono insomma importanti strumenti per rinforzare il legame biologico e relazionale con la sua famiglia. Un bambino allattato al seno che dorme accanto alla mamma, passerà meno tempo nel sonno profondo, quello più a rischio.

Altri suggerimenti, relativi alle poppate notturne, risultano infine palesemente in contrasto con le Raccomandazioni e Linee Guida evidence based, emesse dalle principali organizzazioni e istituzioni nazionali e internazionali che si occupano di salute pubblica, infatti le poppate notturne anche dopo i primi mesi sono normali e raccomandate per tutta la durata dell’allattamento. Una comunicazione di questo tipo rischia di generare nei genitori confusione e insicurezze, entrando in contrasto con il loro sentire profondo, che probabilmente li spingerebbe verso un accudimento sollecito e sensibile. Potrebbe interferire con la percezione che hanno del bambino e con la loro capacità di coglierne segnali e bisogni, spingendoli a minimizzare i segni di stress. Piuttosto, quanto più sarà sensibile il genitore ai bisogni di contatto e rassicurazione del bambino sia di giorno che di notte, tanto più la loro relazione ne sarà rinsaldata e la fiducia e la sicurezza del bambino verrà nutrita. Questi sono fattori cruciali per la formazione del legame fra genitori e figli e per i processi interiori di integrazione emotiva, come afferma l’autore della Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby.

I genitori hanno bisogno di informazioni rilevanti e basate sulle evidenze che possano aiutarli a trovare il loro personale stile di accudimento, confidando nelle proprie percezioni e nei segnali che il bambino manda. Come psicologhe che si occupano di salute perinatale ribadiamo che il contatto e la relazione sono risorse fondanti per la salute psicofisica nel breve, medio e lungo termine e pertanto dovrebbero essere sostenute e protette dagli operatori sanitari, dalle istituzioni e dai media anche attraverso una comunicazione appropriata.

Gruppo di Lavoro Psicologia e Salute Perinatale, Ordine Psicologi Lazio

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