Il parlamento inglese non voterà una terza volta sull’accordo raggiunto tra Theresa May e i negoziatori di Bruxelles sulla Brexit. L’annuncio è arrivato da John Bercow, speaker della Camera dei Comuni, che nel corso della seduta di lunedì pomeriggio ha citato a sostegno un precedente del 1604 e un regolamento parlamentare del 1844. Bercow ha spiegato che il governo non può sottoporre ai rappresentanti della Camera una proposta con alcune modifiche che, però, non cambiano la sostanza rispetto al documento precedentemente sottoposto ad approvazione: “Perché qualcosa sia diverso, deve esserlo, per definizione, in maniera fondamentale. Non diverso in termini di formulazione, ma in termini di sostanza e questo avviene nel contesto di una negoziazione con altri (soggetti, ndr) al di fuori del Regno Unito”. Un brutto colpo, l’ennesimo per la premier che a undici giorni dalla deadline per l’uscita del Regno dall’Ue dovrà presentarsi al Consiglio europeo del 21 marzo e chiedere lo spostamento del termine ultimo per la Brexit. L’obiettivo, anche se non ancora dichiarato, è quello di allungare i tempi, trovare un nuovo accordo e proporlo al Parlamento di Londra. Una nuova contrattazione lampo, prima del 29 marzo, è impossibile ed entrambe le parti vogliono assolutamente evitare un’uscita senza accordo. Il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, aveva però avvertito Londra: “Per il tempo che il Regno Unito farà parte dell’Ue serviranno le elezioni”.

La questione ruota tutta intorno alle tempistiche. Lo sa Theresa May, che in questi mesi ha cercato di esasperare lo scontro con le opposizioni interne, portando il faccia a faccia a suon di votazioni fino a una decina di giorni dalla scadenza del ritiro dall’Ue, convinta di piegare per sfinimento l’ostruzionismo in Parlamento. Lo sa soprattutto l’Unione europea, anch’essa interessata a evitare una “no deal Brexit”, ma che allo stesso tempo deve garantire il rispetto dei Trattati e il corretto funzionamento della macchina comunitaria. La questione ruota tutta intorno al voto del 23-26 maggio, quando i Paesi membri dell’Unione europea andranno alle urne per eleggere i nuovi rappresentanti a Bruxelles. In quell’occasione, le istituzioni comunitarie dovranno avere ben chiara la situazione riguardo alla Brexit, perché il rischio di invalidare e delegittimare le decisioni del futuro Parlamento è concreto.

Un documento preparato da funzionari dell’Ue e visto da Politico, spiega che, nel caso in cui la Gran Bretagna non partecipi alle prossime elezioni europee, un’eventuale proroga sulla sua uscita dall’Unione non potrebbe andare oltre il 1 luglio, visto che il giorno seguente si terrà la prima sessione del nuovo Parlamento eletto. Il punto è il seguente: se Londra non organizza le elezioni e il nuovo Parlamento europeo si riunisce per la prima volta il 2 luglio con il Regno Unito ancora nell’Unione, le istituzioni comunitarie “cessano di essere in grado di operare in un contesto legale sicuro“.

Per questo motivo Schinas, riprendendo il messaggio contenuto nella lettera di gennaio del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha ribadito che, nel caso in cui si opti per una proroga oltre le elezioni europee, un voto dei cittadini britannici sarà necessario. Questo, si leggerebbe nel documento consultato da Politico, darebbe maggiore spazio di manovra e più tempo a entrambe le parti, esecutivo di Londra e negoziatori di Bruxelles, per raggiungere un nuovo accordo da proporre al Parlamento del Regno. Secondo i funzionari, infatti, nel caso di partecipazione britannica al voto i Trattati non impediscono un’ulteriore proroga della deadline anche oltre il 1 luglio, visto che la Gran Bretagna avrebbe comunque eletto democraticamente dei nuovi rappresentanti.

Il paradosso, semmai, sarebbe rappresentato dal fatto che 72 membri di un Paese che sta per uscire dall’Unione, a cui va aggiunto il rappresentante all’interno del Consiglio europeo, influenzeranno la nomina del nuovo presidente della Commissione, del presidente del Parlamento e di quello del Consiglio Ue, oltre al fatto che avranno dei connazionali che ricopriranno il ruolo di commissario e di funzionari. Tutte persone, tranne i presidenti, che dovranno essere sostituite a legislatura in corso. In caso di elezioni europee che coinvolgano anche la Gran Bretagna con una proroga, però, non oltre il 1 luglio, l’influenza esercitata dal Regno all’interno delle istituzioni europee sarà certamente minore.

Per questo i vertici della Commissione, in particolar modo il Segretario Generale Martin Selmayr, preferirebbero concedere una proroga che non vada oltre il 23 maggio. In questo modo, da una parte si lascerebbero aperta la possibilità di organizzare un voto britannico in extremis, scongiurando così l’ipotesi di una Brexit senza accordo, e dall’altra cercherebbero di evitare un’eccessiva ingerenza del Regno Unito nella nuova legislatura europea. Un piano, secondo quello che ha rivelato l’Observer nei giorni scorsi, che deve tenere conto anche di un possibile cambio di guardia a Downing Street, con Selmayr particolarmente preoccupato per la nomina di un sostenitore della hard Brexit a capo dell’esecutivo britannico. Secondo il verbale di un incontro tra diplomatici e alti funzionari Ue ottenuto dal domenicale britannico, l’ex capo di gabinetto di Juncker avrebbe sollevato il problema: “Immagina di avere un nuovo segretario o primo ministro della Brexit – avrebbe detto – Che cosa succederebbe? L’articolo 50 è stato concordato e il processo è terminato. Deve essere chiaro che il punto di partenza non è una rinegoziazione dell’accordo di ritiro”.

C’è una terza ipotesi sul banco, quella che più di tutte preoccupa i vertici della Commissione perché rappresenta un rischio difficilmente calcolabile e perché creerebbe un cortocircuito da cui difficilmente l’Unione riuscirebbe a tirarsi fuori. Nel caso in cui venisse concessa una proroga fino al 1 luglio senza obbligare i britannici a votare i suoi nuovi rappresentanti, il rischio più grande sarebbe rappresentato da un ritiro unilaterale della Gran Bretagna della propria notifica di uscita. In altre parole, il Regno potrebbe decidere di non uscire più dall’Unione, opzione contemplata dai Trattati. In quel caso, ci troveremmo con un Paese membro che non ha partecipato alle ultime elezioni, che non ha rappresentanti all’interno delle istituzioni e che rischierebbe così di invalidare le elezioni europee di maggio. È anche per evitare situazioni del genere che Schinas ha voluto ribadire il concetto: per prorogare la Brexit oltre il 23 maggio, la Gran Bretagna dovrà andare al voto.

Twitter: @GianniRosini