Uscire dalla sala e avere il desiderio di chiamare le persone a cui vuoi bene, chiedergli come stanno, abbracciarle e baciarle come se l’essenza della vita fosse tutta in quell’istante. Momenti di trascurabile felicità, il film diretto da Daniele Luchetti, e tratto da due libercoli di Francesco Piccolo, ti fa sentire così. Una deviazione sul personale, per una volta, è d’obbligo. Nessuno è fatto di pietra. Ma soprattutto di solito quando vedo Pif recitare su grande schermo tendo a pensare se ho chiuso il gas a casa. Invece, Luchetti questa volta compie un piccolo miracolo. Trasforma Pif in Jimmy Stewart e disegna una fiaba romantica e malinconica sugli istanti preziosi di vita di un uomo “medio” (dicono nel film e non è definizione elitaria) ricacciato sulla Terra, dopo la morte in un incidente, per un’aggiuntiva ora e 32 minuti. Pif se ne sta tutto buono buono, sempre con lo stesso vestitino per tutto il film, e intanto zampillano le domande esistenziali buffe e curiose del libro, e attorno a lui ruotano amanti presunte, volute, avute; figli parlanti, giudicanti e sanzionanti; gli amici buoni e gentili, i vicoli e gli angoli pazzeschi di Palermo, una moglie meravigliosa (la cantante e attrice Thony).

Per una volta assistiamo così alla trasformazione di due testi letterari alquanti spurii (Momenti di trascurabile felicità, Momenti di trascurabile infelicità – Einaudi) in un ottimo script/film. Basta aggiungere un prologo, lampante dejà-vù, precipitato da Il Paradiso può attendere (là c’era un figo alla Warren Beatty, ma qui fidatevi non ci voleva) per raddrizzare e far scorrere il lungo elenco di cose apparentemente poco importanti, che sono poi il senso e l’ossatura reiterante dei due libri di Piccolo (qui mirabile co-sceneggiatore con Luchetti).

Paolo (Pif) è un ingegnere italianissimo nel suo superare semafori rossi in motorino credendo di essere più furbo di tutti, spiaccicato sul selciato dell’incrocio, sospeso verso un aldilà dove lo zelante impiegato Paradiso (Renato Carpentieri) ammette una svista. Non avevano calcolato i tanti centrifugati (con zenzero) che l’uomo aveva bevuto e se se ne sta buono ecco il bonus: un’ora e 32, non un minuto non uno di meno da spendere giù da basso (c’è proprio l’ascensore da prendere). Paradiso lo accompagna e suggerisce di non perdersi in questioni e rovelli inutili, tipo chiedere alla moglie se lo ha tradito. Eppure Paolo ci casca, si ferma forse come non aveva fatto mai in vita sua, guarda dritto negli occhi la moglie, agguanta per il collo i figli, si aggrappa alla bellezza del suo mondo che aveva vanamente trascurato in una naturale propensione alla storiella, al disimpegno, alla stanchezza coniugale. Solo che qui interviene il cinema.

Anzi, meglio, un regista come Luchetti. Uno che aveva iniziato la carriera con grande slancio (e mostrato una propensione a destrutturare un po’ i canoni del neorealismo e minimalismo italiano con tocchi di surrealtà), che poi era finito alla corte di papa Francesco, e infine aveva compiuto un guizzo clamorosamente divertente e arguto come Io sono Tempesta (2018). Dicevamo del film che si crea. Fin da subito la storia si incanala nel surreale di un aldilà spiritoso e burocratico, mai convenzionale nella ricostruzione sopra le righe (l’avevamo già scritto per i non-luoghi di Io sono tempesta), e quindi il brusco ritorno sulla Terra non poteva che rispettare una soluzione originale e inattesa. Così l’ora e 32 di tempo a disposizione di Paolo si allarga di continuo. Si confonde. Si ferma e si dilata. Sfuma. Si riempie. Si irrobustisce. Un flusso di coscienza giocoso e dolente. Le donne con cui il protagonista è stato, gli attimi di quotidianità visti da un’angolatura diversa, il film della vita che scorre sincopato e nuovamente luminoso, una moglie tollerante e comunque indipendente a cui Thony conferisce un’autenticità clamorosa e tattile. Ed è qui che grazie ad un lavoro di montaggio frenetico ma apparentemente invisibile (Claudio Di Mauro), ad un garbato ma presente commento musicale dello storico Franco Piersanti che si costruisce definitivamente il senso dell’opera.

Momenti di trascurabile felicità è questo magma omogeneo visivo ed emotivo, un vortice che gira su se stesso di continuo per l’intera durata del film. Mai una pausa, mai un secondo di respiro. Tragedia e commedia lavorano paralleli come cilindri dello stesso motore. Alla fine, tra i chiaroscuri di una Palermo mai così fotografata, si esce prosciugati, attoniti, felici, con il cuore che palpita e l’anima in subbuglio. E poi Luchetti è uno dei pochi registi di una certa età (va per i 58) che sa inquadrare, che conferisce significato alla distanza che tiene con la macchina da presa, a dove tagliare il quadro, al come cucire un segmento fila all’altro. Inutile, quelle sciocchezzuole/interrogativi di Piccolo (la luce del frigo si spegne anche quando il frigo è chiuso, per dirne una; perché il primo taxi della fila non è mai il primo, per dirne un’altra) che nel libro facevano un po’ effetto loop, nel film Momenti di trascurabile felicità diventano dei quesiti fisico teorici alla Carlo Rovelli. Potenza del cinema. Produce Beppe Caschetto. In sala dal 14 marzo 2019.

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