Nelle scorse ore è circolata la notizia che l’Ospedale di Padova avesse detto no a una sessione di trucco “firmata” Chiara Ferragni e destinata alle giovani pazienti del reparto di Oncoematologia pediatrica. A invitare l’influencer sarebbe stata la stessa Direttrice del reparto, che però avrebbe inizialmente ricevuto un secco rifiuto dalla sua stessa struttura: “Troppo clamore, l’evento non è opportuno”. Ora, invece, Chiara Ferragni smentisce annunciando su Instagram di aver fatto la sessione di trucco che aveva suscitato tanto clamore.

Fin qui la notizia non sarebbe stata degna di particolari commenti se non fosse che la vicenda ha suscitato, sui giornali come sui social network, reazione di stupore e incredulità: ma come, Chiara Ferragni accetta di venire a truccare ragazzine malate e invece viene rifiutata, togliendo loro due ore di svago che le avrebbero fatte sentire come le altre? C’è chi arriva persino a indignarsi e chiedere come mai “si fanno entrare pagliacci e calciatori ma la Ferragni no”.

Questo stupore, questa indignazione sono sicuramente degne di una riflessione ulteriore. Non sappiamo esattamente cosa sia successo tra la Direzione dell’Ospedale e Chiara Ferragni, ma le ragioni in principio riportate dai media – troppo clamore, inopportunità dell’evento – a me sembrano comunque chiare e comprensibili. È possibile che un ospedale non voglia uno stuolo di telecamere dentro il proprio reparto, che non voglia che sulle stories di Instagram compaiano i membri del personale, i malati. Una riservatezza che, all’epoca del “pubblicato a ogni costo”, può sembrare bizzarra, ma che potrebbe, ad esempio, andare in direzione della protezione dei pazienti stessi e dell’ospedale.

Ma questo appare invece incomprensibile ai più. Ed è proprio questa incredulità ad essere sinceramente inquietante, non tanto l’invito alla stessa Ferragni (anche se a mio avviso si tratta di una scelta dettata da un certo conformismo, visto che di persone in grado di distrarre le giovani pazienti in maniera meno banale che una sessione di trucco ce ne sono in abbondanza). Insomma sembrava inverosimile che la influencer da milioni di seguaci, trattata ormai alla stregua del papa – persino dai giornali che ormai sono completamente proni a qualsiasi azione lei faccia e incapaci di qualunque analisi che abbia uno spessore critico -, potesse essere stata rigettata quando veniva a truccare le malate senza chiedere una lira. Tanto più che i suoi corsi di trucco che hanno fatto il pieno a Milano costavano centinaia di euro.

Certo, si è detto, si trattava di ingannare il tempo, far sentire le ragazzine come le altre, dare leggerezza. Ma il fatto è che – parlo più in generale – la condizione di malattia non comporta di per sé una condizione di bisogno tale per cui qualunque cosa deve essere accettata, indipendentemente da ciò che veicola e rappresenta. Questo rifiuto a me ad esempio ha ricordato quello di un medico svizzero operante in Cambogia che qualche anno fa disse no ai soldi ricavati dalle foto di Carla Bruni nuda dicendo che, appunto, la condizione di povertà non implica la perdita della dignità. E che dunque anche chi riceve qualcosa gratuitamente ha il diritto di scegliere, selezionare, dire no.

Purtroppo questa concezione delle persone deprivate pronte a prendersi qualunque cosa hanno dimostrato di averla proprio gli stessi Ferragnez“, parola ormai tristemente sdoganata dalla Treccani, quando durante la festa a sorpresa in un supermercato furono scoperti mentre decidevano di risolvere l’indignazione della gente contro lo spreco dando gli avanzi in beneficenza. Una cosa che allora mi parve persino più immorale dello stesso spreco, perché rivelava la stessa mentalità: credere che chi ha bisogno non abbia valori. Di più: farsi belli attraverso buone azioni, in quel caso neanche intenzionali, ma solo volte a riparare un errore madornale.

Non so se Ferragni e Fedez donino segretamente decine di migliaia di euro, forse lo fanno e non lo dicono. Ma da quel poco che abbiamo potuto vedere – vedi ad esempio la lotteria tra i follower bisognosi per vincere il ricavato dei regali di nozze – non sembra che la beneficenza sia proprio la cosa che riesce loro meglio, almeno rispetto ad altri famosi più o meno di loro (come ad esempio il cantante Niccolò Fabi con la sua fondazione Le parole di Lulù). Nulla di male, ma forse a maggior ragione è bene che chi accetta soldi o azioni per malati, poveri, persone in condizioni critiche insomma, stia anche bene attento – vale per la Ferragni come per tutti – a non offrire troppo facilmente quella che per questi personaggi è moneta contante: e cioè la buona reputazione, il viso buono di chi dona.

Ospedali, strutture di accoglienza, associazioni che fanno beneficenza di ogni tipo dovrebbero essere consapevoli che non stanno solo ricevendo, stanno dando tantissimo. E per questo, nei limiti del possibile ovviamente, selezionare con attenzione chi si presta come testimonial. Proprio il contrario dell’accettazione senza condizioni persino del più famoso degli influencer. Anzi quasi quasi bisognerebbe chiedere loro soldi, vista la rispettabilità morale e l’ulteriore notorietà che viene regalata in cambio. Oppure, ancora meglio: si potrebbero invitare i famosi, chiedendo loro però che la cosa si faccia nell’assoluto silenzio. Senza telecamere, senza foto sui social, nulla di nulla. Forse questa richiesta sarebbe la vera prova del nove di chi agisce senza secondi fini, ma con l’unico scopo di aiutare chi soffre.

Elisabetta Ambrosi Pink Journalist