Rione Sanità, Napoli, ai giorni nostri. Una volta compiuto il suo primo omicidio travestito e truccato da donna, l’adolescente Nicola, capo della gang criminale protagonista del film, torna a casa e piange allo specchio con il rimmel che gli cola sulle guance. Per capire La Paranza dei bambini, opera terza di Claudio Giovannesi, unico titolo italiano in Concorso al Festival di Berlino 2019, bisogna partire da questa sequenza. La realtà criminale trasfigurata nella scarnificazione simbolica del tragico. Ancora un’altra sequenza. Dopo aver sparato e minacciato con mitragliette e kalashnikov, tagliato panetti di droga e gestito lo spaccio con una certa rudezza, Nicola torna a casa dal fratellino e da mamma litigando sull’assenza della sua crostatina al cioccolato da dentro il mobiletto. Proprio per questo il sestetto di adolescenti criminali – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò (chi si è inventato questo soprannome è davvero un genio) – ne La Paranza dei bambini rispetta la logica di un coming of age, ma con quella “perdita dell’innocenza” che qui però passa dall’uso delle armi, dallo spaccio, dalla delinquenza camorristica tout court, fino ad un finale da inevitabile destino come tragedia vuole.

Già ci aveva pensato Roberto Saviano, con il libro omonimo del 2016 edito da Feltrinelli, a ritoccare la cronaca malavitosa e a creare un racconto a dire il vero un po’ più aspro e violento della versione cinematografia che sarà in sala dal 13 febbraio in ben 300 copie. Il libro inizia con una feroce gang che immobilizza un ragazzetto rivale e gli defeca sul viso. Il film invece comincia con la banda dei sei che abbatte un albero di natale eretto dalla banda rivale e poi lo brucia con un falò modello rito collettivo d’iniziazione. Giovannesi, qui anche sceneggiatore con Saviano e Maurizio Braucci, racconta sempre casi di adolescenti borderline (pensate ai due carcerati minorenni che si innamorano nel precedente Fiore) espungendo, levigando, mettendo letteralmente da parte gli aspetti più violenti, crudi, sanguinosi del loro agire. Il suo interesse si orienta su umanità e sentimenti intimi dei ragazzini invece che sulle loro gesta criminali, tenute in controluce come fossimo sotto codice Hays.

Dapprima stimolati dall’osservazione di ciò che accade loro attorno, poi gradualmente attratti da scarpe, vestiti e orologi di marca, Nicola, Tyson &co. cercano in ogni modo di “faticà”, per ottenere già a 15 anni un angolo di paradiso fatto di soldi e femmine. Così dopo un’autonoma rapina da un orologiaio non proprio ben congegnata, finiscono per conto di un piccolo boss a ritirare il pizzo da dei poveri ambulanti, fraternizzano con il figlio di un altro boss caduto in disgrazia, fanno da camerieri alle nozze molto kitsch della nipote del capo dove all’improvviso avviene pure una retata della polizia. Scontata l’iniziale inesperienza, e con l’aiuto di un altro boss ai domiciliari (Don Vittorio, un Renato Carpentieri in ciabatte, come sempre da urlo) che mette loro a disposizione delle armi, i ragazzetti si mettono in proprio e improvvisamente si ritrovano a governare pistole in pugno, rotoli di euro da riscuotere, tagli all’ultimo grido e motorini che scorrazzano, un angolo bello sostanzioso di Napoli. Fino a quando Nicola (Francesco Di Napoli) per andare a prendere la fidanzata Letizia (Viviana Aprea) supererà per l’ennesima volta il confine territoriale di un’altra minacciosa gang.

La macchina da presa di Giovannesi pedina vorticosamente Nicola, Letizia, e gli altri, con le classiche semisoggettive alla Dardenne in estrema prossimità dei corpi, facendosi talvolta perfino volontariamente impallare da qualche schiena o braccio che passa davanti all’obiettivo. Ma il rigore di un approccio ultrarealistico, da cinecamera terzo incomodo, finisce per mescolarsi a momenti in cui la regia impone pedagogiche tracce simboliche (il passaggio di mano tra i sei ragazzi della prima pistola con la macchina da presa che segue solo la pistola); idem per la sequenza di sesso (appena consumato) tra Nicola e Letizia nudi che mostra il fianco ad una sintesi estetizzante da corpi perfetti vagamente stonata rispetto al flaccido penzolare di tatuaggi e panze criminali. Assenti le scene madri, come del resto le figure di madri e padri stessi, in un vuoto sociale, istituzionale e familiare che fa galleggiare tutto il peso di un noir camorristico senza troppa Gomorra, Daft Punk, Tony Colombo e Mendelsshon in colonna sonora, sulle spalle di questi splendidi giovani protagonisti: tutti non attori (Di Napoli, ad esempio, fa il pasticciere a Fuorigrotta) e significativa “arma” vincente di uno spartito classico autoriale che può andare a premio in un festival.

“Purtroppo per molti dei nostri coetanei chi nei nostri quartieri sceglie di andare a lavorare onestamente viene considerato uno stupido. Per spezzare questo legame con la criminalità ci vorrebbero della alternative vere a livello lavorativo”, afferma Di Napoli durante la conferenza stampa internazionale al festival berlinese. “Oppure avere un sogno, combattere per qualcosa che si ama”, aggiunge Ar Tem, nel film nel ruolo di Tyson. “In questo film viene mostrato come si sente un quindicenne che potrebbe essere dell’Albania, del Sud America, del Sud Africa. Si sta tornando a morire come in epoca medioevale – ha concluso Saviano – E poi è completamente scomparsa la possibilità di rifarsi alla politica. I ragazzi si riferiscono oramai solo alla loro individualità ed è la fine di ogni speranza. Ricordiamoci sempre che investendo mille euro in cocaina in un anno si guadagnano 182mila euro”.

 

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