Addio Albert Finney. Uno dei più grandi attori britannici del dopoguerra, cinque candidature agli Oscar, è morto all’età di 82 anni la scorsa notte. Era stato il protagonista di autentici capolavori come Sabato sera, domenica mattina e Tom Jones, ma anche straordinario comprimario nei recenti Erin Brockovich e Big Fish. Finney nacque nel Lancashire inglese nel maggio del ’36. A vent’anni è già uno degli principali interpreti shakespeariani della Royal Academy of Dramatic Art e nel 1958 è già sui palchi londinesi a sostituire Laurence Olivier in Coriolanus.

Nel 1960 l’esordio al cinema come uno degli attori simboli del “free cinema” inglese nato in quegli anni parallelamente alla coeva Nouvelle Vague francese. È Mick, il figlio di Olivier in The Entertainer di Tony Richardson, in un film ancora abbastanza “chiuso” in interni borghesi ma già intriso dalla disperazione e dal senso di ribellione di protagonisti “giovani arrabbiati”. È infatti con Sabato sera, domenica mattina di Karel Reisz, sempre nel 1960, che Finney diventa attore famoso in mezzo mondo per l’interpretazione ruvida e divertita del disincantato operaio Arthur che vive tra le case popolari di periferia, notti al pub e donne sposate, “incastrato” da una ragazza borghese che ha messo incinta. Tutti se lo ricordano alla catena di montaggio nella sequenza iniziale del film con la camicia arrotolata sui bicipiti, la cicca in bocca e un ciuffo di capelli alla Elvis. Karel Reisz, Tony Richardson e Lindsay Anderson sono gli alfieri del “free cinema” inglese con cui Finney continua a lavorare nel ’62 nel Tom Jones di Richardson. Cappa e spada particolarmente divertente ed esuberante per il quale Finney viene notato definitivamente anche ad Hollywood che gli concede la nomination come miglior attore nell’anno della vittoria di Sidney Poitier.

È del ’67 Due per la strada di Stanley Donen dove duetta magnificamente con Audrey Hepburn rievocando i dodici anni di matrimonio nel Sud della Francia dei due protagonisti. Come ha scritto Variety, Finney assieme ai conterranei Peter O’Toole, Richard Burton e Richard Harris mostra come l’asse del cinema americano si sposti in quegli anni sul versante britannico. Nei primi anni settanta Finney diventerà protagonista dell’esordio di Stephen Frears, Gumshoe; Hercule Poirot per Lumet in Assassinio sull’Orient Express; comprimario ne I duellanti di Ridley Scott. Negli anni ottanta l’apice con Annie e Sotto il vulcano di John Huston, come gangster in Crocevia della morte dei Coen, e ne Il servo di scena di Peter Yates dove interpreta un grande attore shakespeariano. Negli anni novanta e duemila le apparizioni di lusso e di spessore: è il capo dello studio di avvocati dove lavora Erin Brockovich nel film omonimo di Steven Soderbergh; è l’Ed Bloom da anziano nella sottovalutatissima favola di Tim Burton, Big Fish. L’ultima apparizione è nel franchise di 007, Skyfall nel 2012. Poco avvezzo alle onorificenze e salamelecchi istituzionali, rifiutò il ruolo di Lawrence d’Arabia, ed ebbe tre mogli tra cui, dal 1970 al 1978, quell’Anouk Aimée attrice di Fellini ne La dolce vita e 8 ½ 

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